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giovedì 16 luglio 2009

Il Partito antidemocratico


Alle politiche del 2001 non avevo ancora 18 anni, dunque non votavo. Il mio battesimo del fuoco, parlando di elezioni, è stato alle europee del 2004: votai Ds, votai Michele Santoro, che anche grazie al mio voto fu eletto e andò a Bruxelles, dove doveva lottare per la libertà di informazione e da dove poi si dimise per andare a Rockpolitik da Celentano, e infine per tornare in tv con Annozero. Nel 2005, alle regionali scelsi di votare solo il presidente, Vendola obviously, senza dare preferenze ad alcuno. Nel 2006 votai Ulivo, perché credevo in Prodi e in quello che doveva essere il suo governo, salvo restare delusissimo da gran parte dei suoi esponenti. Ed è stato per questo che, dalle politiche 2008 in avanti, ho scelto di votare Italia dei valori. Non, sia chiaro, perché ritenga che Di Pietro possa diventare premier o possa rifondare la sinistra - le sue idee non hanno nulla di sinistra, anche se il suo elettorato è fortemente antiberlusconiano: ma per essere berlusconiani non occorre essere di sinistra - ma perché tutti gli altri mi hanno talmente deluso che scelsi di votare per colui che urla più forte contro questa dittatura. E Di Pietro urla, fortissimo.
In altre parole, non ho mai votato per il Partito democratico. Come ho detto, a parte le politiche del 2006 - in cui votai Ulivo pentendomi - l'unica volta che ho votato per i Ds l'ho fatto solo per dare il mio voto a Santoro. Avrei voluto recarmi alle primarie dell'Unione del 2005 per votare Prodi, ma non ci andai. Avrei voluto recarmi alle primarie del Pd, quelle dell'incoronazione di Veltroni, ma non ci andai: e se ci fossi andato, avrei votato presumibilmente Rosy Bindi. Tutto ciò sta a dimostrare che io, con il Pd, c'entro poco. Ogni volta, poi, che qualcuno parla con me, non esito a spalare quantità industriali di merda sui dirigenti democratici, perché campioni di inciuci e di riciclaggio politico e soprattutto perché non hanno ancora capito che, se il Pd non ha un'identità politica ben precisa e se i suoi elettori lo stanno abbandonando, la colpa è per la maggior parte la loro: dei vari Fassino, D'Alema, Rutelli, Fioroni, Latorre. Interessati più alle poltrone e al potere che alla giustizia sociale o al benessere dei loro concittadini.
Eppure, se domani mattina decidessi di iscrivermi al Pd, cosa dovrei fare? Dovrei andare nel circolo della mia città - in questo caso, Ostuni - e i dirigenti del circolo dovrebbero decidere se rilasciarmi o no la tessera. In questo caso, anche per la presenza di mio cugino nel partito a livello locale, non ci sarebbero problemi e io diventerei un militante del Partito democratico. Eppure, io non ho mai votato per il Partito democratico, e detesto i suoi dirigenti. Se poi volessi, potrei anche candidarmi a segretario: mi basterebbe raccogliere le firme in qualche regione e presentare la mia candidatura entro una certa data. Se riuscissi a farlo, si candiderebbe a segretario del Pd una persona che per il Pd non ha mai votato, e che non ha nessuna stima dei suoi dirigenti. Voi direte: dove voglio andare a parare?
Il fatto che io - in quanto cittadino - possa fare una cosa del genere, ci sta nel meccanismo di un partito davvero democratico. Eppure negli ultimi giorni un comune cittadino ha scelto di mettersi in gioco e di correre per la carica come quinto candidato, dopo Franceschini, Bersani, Marino e Adinolfi. Questo comune cittadino ha presentato il suo programma, radicalmente diverso dai programmi degli altri (anche se, dei programmi degli altri, si sa poco o nulla), ha richiesto la tessera del partito ed ha iniziato a raccogliere le firme. Ma la tessera gli è stata negata. Il suo nome, come avrete capito, è Beppe Grillo.
Allora ci si dovrebbe chiedere: il Partito democratico è davvero democratico? Si può definire democratico un partito che nega la tessera ad un cittadino che non ha mai militato in nessun altro partito, che presenta un programma, che rispetta le regole per la candidatura? La tessera del Pd, negli ultimi anni, non si è negata a nessuno. Dai pregiudicati come Enzo Carra (condannato definitivo per falsa testimonianza durante Mani pulite) agli iperriciclati come Marco Follini (già segretario dell'Udc e vicepremier del governo Berlusconi III), dalle raccomandate di lusso come Marianna Madia (portata in Parlamento in quanto "amica di Enrico Letta", o ricordo male?) agli indagati per mafia come Vladimiro 'Mirello' Crisafulli (filmato dai Carabinieri a cena con il boss di Enna, mentre parlavano di appalti), per finire al presunto stupratore seriale di Roma. E questo dovrebbe essere il partito nuovo? Gli stupratori, i mafiosi, i voltagabbana e i raccomandati sì e Beppe Grillo no?
Se il Pd fosse stato un partito serio, avrebbe detto a Grillo: candidati, gareggia con gli altri aspiranti segretari, presenta il tuo programma, gli elettori delle primarie ti giudicheranno. Ma sappi che prima di tutto non tollereremo i tuoi soliti toni qualunquisti, e che se vinci dovrai ascoltare la voce di tutti e non decidere da solo, mentre se perdi dovrai lottare insieme a noi. Questo, avrebbe fatto un partito serio. Avrebbe accolto un cittadino e i suoi seguaci e avrebbe sfruttato quest'occasione per aprire gli occhi sulla società italiana, così lontana dai dirigenti del Pd. Ciò che è evidente, però, in tutta questa storia, è la contraddizione dello strumento delle primarie, contraddizione che era già venuta fuori in occasione delle elezioni che incoronarono Veltroni: finchè c'è un candidato forte e tanti candidati deboli senza idee, va bene; se però si presenta qualcuno con idee diverse, innovative, e soprattutto con serie possibilità di vincere, non va più bene. In quell'occasione, i trombati furono Furio Colombo e Antonio Di Pietro. Grillo aveva serie possibilità di diventare segretario del Pd, e facendolo avrebbe spazzato via l'eterna lotta Veltroni-D'Alema (stavolta travestiti da Franceschini e Bersani, senza nulla togliere all'onestà di questi due) che ha triturato e raso al suolo la sinistra italiana degli ultimi venti anni. Ciò dava fastidio alla nomenklatura, troppo fastidio.
Concludo chiarendo una cosa molto importante: il tema sul quale occorre concentrarsi non è tanto se Grillo avesse o no la statura politica per fare il segretario del secondo partito italiano. Non è se Grillo avesse un programma o no. Non è se Grillo potesse o no diventare membro di un partito su cui aveva sparato a pallettoni ogni giorno negli ultimi due anni. Il tema è se un partito ha il diritto di negare la propria tessera ad un cittadino senza un motivo valido. E questo precedente dimostra che il Pd, fonte di sì tanta speranza da parte dei giovani della sua base (che difficilmente, a mio parere, si riconoscono nelle deliranti parole del loro segretario Raciti), nato da meno di due anni, è già entrato in un coma a dir poco profondo.

giovedì 30 ottobre 2008

Nel mondo del Re Sole


E' imbarazzante dover seguire gli avvenimenti di questi giorni con il solito metro di giornali e telegiornali italiani. Solo qualche giorno fa, un presidente emerito della Repubblica italiana come Francesco Cossiga - che aveva peraltro già dato modo in passato di farci dubitare della sua sanità mentale - in un'intervista ha ricordato i bei tempi degli anni '70, quando da ministro dell'Interno mandava agenti provocatori tra gli studenti che manifestavano, per poi massacrarli tutti dopo averli lasciati liberi e felici a distruggere vetrine e palazzi. Giusto oggi - o ieri, è passata la mezzanotte - i suggerimenti di Cossiga si sono magicamente tramutati in realtà. Eccoli, gli agenti provocatori, in piazza Navona. Travestiti da studenti del Blocco Studentesco, coperti da caschi e passamontagna e con mazze avvolte da bandiere tricolori in mano. Fossimo ancora negli anni '20, questi buzzurri si chiamerebbero squadristi. Ora siamo nel 2008, e si chiamano estremisti di destra. Coloro che attaccati da un'infame violenza - una volta si sarebbero chiamati manifestanti inermi - cercano di difendersi utilizzando il primo oggetto che trovano davanti (in questo caso alcune sedie) si chiamano estremisti di sinistra. Allo stesso livello, sia chi arriva in piazza armato per picchiare, sia chi si difende. Nessuna distinzione.
Si voleva evidentemente arrivare a questo per screditare un movimento studentesco come non se ne erano mai visti. Quello del '68 era ideologizzato, e lottava anche contro i professori. Quello del '77 era violento e anch'esso politicizzato, e vide studenti ed operai sulla stessa linea, partorendo il terrorismo. Questo non è un movimento normale. Non ci sono violenti. Ci sono studenti di tutte le età, professori di tutte le scuole, non ci sono partiti (anche perché il Pd è lontano anni luce da questi ragazzi). Servivano, e servono gli episodi di violenza, come ha suggerito Cossiga, per poter giustificare la repressione che verrà, per queste proteste come per quelle che verranno.
Gli studenti sembrano decisi a continuare, ad oltranza. Ma arriverà, tra un giorno, una settimana, un mese, il momento in cui tutto arriverà alla fine. Uno studente, e poi un altro, e poi un altro ancora inizieranno a pensare che forse questa è una battaglia destinata ad essere persa, ed abbandoneranno il campo. O peggio, i loro genitori li convinceranno che forse non è il caso di prendersi una manganellata per qualcosa che non riusciranno mai a cambiare. Perché se Beppe Grillo ha come grido di battaglia "Loro non molleranno mai, noi neppure", la verità è che fino ad ora, gli unici a non mollare sono loro. Come stanno dimostrando con la politica dei decreti, che ha totalmente eroso l'utilità del Parlamento. Come stanno dimostrando con la Commissione di Vigilanza Rai, con Orlando che aspetta da mesi di essere eletto alla presidenza (ma qualcuno vuol scommettere che finché il candidato non cambia la Vigilanza resta senza presidente?). Come dimostreranno con la legge elettorale per le europee, in cui le preferenze verranno abolite in modo che Berlusconi possa mandare in Europa solo i suoi uomini più fidati.
Qualche giorno fa, nella redazione di Leggo si discuteva sulla pessima situazione di questo paese. Prima di Mani Pulite c'erano i ladri, che però almeno si preoccupavano di dare dell'Italia un'immagine internazionale decente. Ora c'è gente che stimola grasse risate ai nostri coetanei spagnoli, tedeschi, francesi. Un ministro che fino a cinque anni fa faceva i calendari senza veli. Più di venti parlamentari pregiudicati. Un presidente del consiglio che racconta le barzellette e cambia le leggi a suo uso e consumo per salvarsi dai processi. Un presidente del Senato ex socio di affari di alcuni mafiosi. Un presidente della Camera che va a tuffarsi in aree protette e con divieto di balneazione. Una compagnia di bandiera svenduta a quattro lire ad un gruppetto di amici del premier, con trattativa privata. Tutte le televisioni che cantano i successi del governo. Il premier che chiede agli industriali di non comprare più spot sul servizio pubblico "perché diffonde ansia e pessimismo", suggerendo invece di comprarli dalla concorrenza, che per puro caso è anche la sua azienda di famiglia. Un ministro dell'Istruzione che chiede di ripristinare la meritocrazia, sette anni dopo aver percorso 900 km per sostenere l'esame di avvocato in una sede dove venivano tutti promossi, anziché farlo nella sua provincia dove per essere promossi bisognava studiare.
Meglio non continuare. Per chi ha la mia età le consolazioni sono già poche per affogare definitivamente nell'eccessivo pessimismo. Personalmente, mi piace pensare di essere fortunato, perché tra molti anni potrò raccontare anch'io, come i miei nonni, di aver vissuto sotto una dittatura. Perché diciamocelo chiaramente, questa Italia in cui ci troviamo, come definirla se non una vera e propria dittatura?

venerdì 11 luglio 2008

No Cav


E' incredibile. Siamo ormai così abituati a non essere liberi, tanta è la libertà di cui ci hanno privati poco alla volta, un pezzettino al giorno, che ormai nessuno si indigna se qualcuno non è più libero di esprimere la sua opinione, il suo diritto di critica e anche di satira nei confronti di chicchessia. E dunque Grillo che critica Napolitano perché sta per firmare una legge, il Lodo Alfano, che di fatto rende quattro alte cariche dello Stato cittadini di serie A, intoccabili e impunibili - a prescindere dal fatto che il lodo serva solo alla carica più bassa - e che un Pertini o uno Scalfaro avrebbe stracciato dopo due minuti, "attacca", "insulta", così come Sabina Guzzanti, il cui pezzo SATIRICO, perché di satira si parla, è stato carico di energia, arte, a tratti sboccato ma stupendo, per i giornali ha "vilipeso" un ministro e "insultato" il Papa. Chiaramente, nessun rilievo sul fatto che in Piazza Navona c'erano migliaia di persone, che per la prima volta si sono "incontrate" le piazze del Pd, della Sinistra, dei girotondi e dei grillini, che tutti i sondaggi dicono che la maggioranza degli italiani è contraria al lodo Alfano. Niente.
Cosa avranno mai detto Grillo e la Guzzanti? Grillo, a parte la frase su Napolitano che in ogni caso rientra nel diritto di critica, ha parlato per dieci minuti di quelli che sono i veri problemi dell'Italia, dal precariato all'economia, dall'energia all'ambiente. Sabina si è invece indignata per la nomina di Mara Carfagna a ministro delle Pari Opportunità, scelta discutibile specie alla luce delle ultime insistenti voci sui "rapporti orali" - il quotidiano argentino Clarìn, che ha dato la notizia, li ha chiamati più onestamente "pompini" - dell'ex valletta con l'attuale premier, ed ha detto ad alta voce in una piazza stracolma quello che molti pensano, alcuni dicono, in troppi tacciono: che la presunta censura del Papa alla Sapienza fu una montatura dei media e che non c'è nessun motivo per cui Ratzinger dovrebbe inaugurare l'anno accademico delle nostre università. Stop.
Insulto? Vilipendio? Attacco gratuito? No, libertà di pensiero, di opinione. Di Travaglio, meglio non parlare, dato che soprattutto da sinistra è stato accusato anche lui di aver attaccato il capo dello Stato, altra colossale stronzata. Veltroni è andato da Mentana, su una televisione del capo del Governo, a dire a Di Pietro che deve scegliere tra stare con Grillo e Travaglio (e con molti elettori, per la verità) e stare con il Partito Democratico, "in un percorso razionale e riformista" che personalmente fatico a scorgere. Molti blogger-militanti del Pd, caduti dal pero per l'occasione, si indignano anche loro verso questo Di Pietro che non mantiene le promesse della campagna elettorale, solo perché non ha formato il gruppo unico, ma è stato il Pd a non volerlo, il gruppo unico, o no?; per il resto, mi risulta che le promesse elettorali di Di Pietro siano state tutte mantenute. Aveva detto che avrebbe fatto un'opposizione dura a questo regime vergognoso, e opposizione dura sta facendo. Per questo lo abbiamo votato. E taccia chi, da ignorante bifolco e cieco, diceva che io e quelli come me hanno votato per Di Pietro solo perché era alleato con il Pd e si poteva vincere: il Pd non poteva vincere. Prima di tutto, perché non si è accorto per niente che l'ondata di "antipolitica", che altro non è che delusione verso una certa categoria di "politici" (nel senso di uomini, di nomi), doveva essere cavalcata per guadagnare voti. Si doveva ascoltare Grillo, si doveva ascoltare Travaglio, si dovevano ascoltare i ragazzi dei Meetup. Se si chiudono occhi e orecchie e si punta solo sulla presenza a Matrix e Porta a Porta - dove peraltro si blatera della "sinistra che deve tornare a radicarsi sul territorio, che deve ascoltare la base", senza poi farlo - il nostro destino è e resterà quello di essere all'opposizione.
In conclusione, comunque, la cosa più divertente degli ultimi tre mesi è il fatto che, di fronte alle prime quattro o cinque vergogne del nuovo governo Berlusconi - le impronte ai bambini Rom, la legge salva Rete4, il lodo Alfano, la bloccaprocessi, il reato di clandestinità - tutti i cosiddetti intellettuali di sinistra, da Sansonetti a Polito passando per le "menti" del Pd, hanno intonato puntualmente "chi se ne frega" delle impronte, "chi se ne frega" di Rete4 e via dicendo, perché "le priorità del Paese sono altre", sono "le famiglie che non arrivano a fine mese". E allora permettiamo a questo governo di fare tutto, di tapparci la bocca, di mandarci la polizia o l'esercito in casa, per lo più senza combattere seriamente la criminalità, senza rimuovere un grammo di spazzatura campana e senza rilanciare il lavoro e l'economia. Quando saremo ufficialmente nel Terzo Mondo, i Polito e i Sansonetti potranno tranquillamente emigrare dove vorranno, dall'alto dei loro stipendi milionari e dei loro salotti altolocati. Dov'è finita la sinistra?
Eppure all'interno del Pd qualcuno, peraltro del gruppo dirigente, che dice cose sensate c'è ancora. Spero solo che la razionalità del partito che dovrebbe racchiudere la sinistra italiana non si fermi a Mario Adinolfi. Giovani, svegliatevi.

lunedì 19 maggio 2008

Passaparola

Da domani, il blog di Beppe Grillo ospiterà ogni lunedì alle 14 una rubrica, Passaparola, di Marco Travaglio. Chiunque potrà trasmetterla sul proprio blog - ecco le istruzioni - a patto che abbia più lettori del mio (non che sia difficile).

passaparola

domenica 4 maggio 2008

Censura legalizzata

A quanto risulta dai coloriti commenti presenti in vari siti di simpatizzanti del centrodestra, primo fra tutti il blog di Paolo Liguori, la presenza di giovedì sera ad Annozero di Vittorio Sgarbi e i suoi ripetuti insulti a Marco Travaglio, Roberto Natale e Norma Rangeri sono molto piaciuti. Citando qualche attento e disinteressato lettore, infatti, Travaglio sarebbe "sbiancato" in volto perché non abituato al "contraddittorio", e bene avrebbe fatto Sgarbi a dare del bugiardo a lui e a Michele Santoro. Per la verità, pur essendo riuscito a vedere solo le poche scene incriminate e non tutta la trasmissione, l'evidenza dei fatti mi suggerisce di evidenziare le continue e volgari interruzioni di Sgarbi mentre Travaglio riportava due verità, ovvero che Enzo Biagi è stato cacciato dalla Rai per ordine di Berlusconi e che tutti i giornali usufruiscono dei finanziamenti pubblici, compreso Il Giornale su cui scrive lo stesso Sgarbi.
Ma più che sugli insulti e sulle parolacce del presunto critico d'arte, che tra l'altro hanno fatto impennare gli ascolti della trasmissione - anche se dubito che ai telespettatori sia piaciuta più di tanto la penosa scena - vorrei soffermarmi su due punti cruciali. Il primo è il monito del presidente Rai Petruccioli, secondo il quale Santoro avrebbe confuso "la libertà del giornalista e la responsabilità del conduttore con l'appalto, di fatto, della Tv Pubblica a Terzi che ne fanno un uso arbitrario e indecente"; in particolare, Petruccioli si è scagliato contro gli "insulti inconcepibili e privi di qualunque giustificazione di Grillo al Presidente della Repubblica, oltrechè ad una personalità universalmente stimata come il Professor Umberto Veronesi". Nessun commento invece sugli insulti di Sgarbi agli altri giornalisti presenti: perché? E perché nessuna presa di posizione in difesa del più grande giornalista italiano, Enzo Biagi, che secondo Sgarbi ha lasciato la Rai perché non gli andava bene un orario diverso e preferì intascare la liquidazione?
Il secondo punto riguarda invece il senso comune che ha acquistato il termine "contraddittorio"; secondo la definizione di Wikipedia, "il principio del contraddittorio esprime la garanzia di giustizia secondo la quale nessuno può subire gli effetti di una sentenza, senza avere avuto la possibilità di essere parte del processo da cui la stessa proviene, ossia senza aver avuto la possibilità di un'effettiva partecipazione alla formazione del provvedimento giurisdizionale". Negli ultimi anni, il contraddittorio è diventato una specie di ossessione nella televisione italiana: tutto cominciò quando Daniele Luttazzi intervistò proprio Marco Travaglio durante il suo programma Satyricon, intervista in cui il giornalista raccontava alcuni fatti che erano stati accertati dai magistrati di Palermo sull'origine delle fortune di Silvio Berlusconi, fatti che aveva raccolto in un libro, L'odore dei soldi. Luttazzi fu accusato, e con lui la Rai, di aver fatto opera di linciaggio di quello che era il futuro premier, intervistando Travaglio "senza contraddittorio". Anche a Sabina Guzzanti, quando il suo programma Raiot fu chiuso dopo una sola puntata, venne rimproverata l'"assenza di contraddittorio". Anche Report, dopo una celebre puntata su mafia e politica, cadde nell'accusa di mancato contraddittorio, mentre a Blu Notte di Lucarelli fu impedito di andare in onda durante la campagna elettorale perché la puntata in questione parlava della mafia e mancava il contraddittorio. Infine, anche Annozero viene sistematicamente tacciato di fare giornalismo fazioso senza contraddittorio. Ora, qualcuno sarebbe capace di spiegarmi che cos'è, questo benedetto contraddittorio? Significa forse che quando un giornalista dice un fatto vero, deve essercene un altro che riequilibra la situazione dicendo una balla? Significa che mentre parla Travaglio, deve esserci uno Sgarbi pronto ad interromperlo chiamandolo "pezzo di merda"?

lunedì 28 aprile 2008

Dovere di servizio

I video qui sotto raffigurano l'intervento di Marco Travaglio al Vday di tre giorni fa, in piazza San Carlo a Torino, evento a cui hanno partecipato milioni di persone in tutta Italia e nel mondo (un milione e mezzo circa di firme raccolte complessivamente per i tre referendum, a detta di Beppe Grillo). Di cosa parla Travaglio? Tra le altre cose, della fantomatica emergenza sicurezza di cui si parla a reti unificate da qualche settimana (di troppo), guarda caso in concomitanza con la campagna elettorale delle elezioni amministrative al comune di Roma, in cui Alemanno ha puntato tutto proprio sul tema sicurezza. Il risultato è stato esaltante: quasi il 54% dei romani ha votato per Alemanno, trombando l'ex vicepremier Rutelli.
Eppure solo tre anni fa proprio Alemanno prese una batosta memorabile da Veltroni, che vinse a mani basse annientando Forza Italia. Tecnologia del consenso? Potere della televisione? Secondo me sì. Per altri, forse, no. Ma di fronte ad un cambio di rotta così netto, pensateci bene quando qualcuno vi dice che le televisioni non contano niente: o non ci capisce nulla, o vi sta prendendo per il culo.



giovedì 24 aprile 2008

L'obsolescenza dei valori condivisi


Sessantatre anni. Domani si festeggiano sessantatre anni dalla liberazione dell'Italia dal nazifascismo, eppure succede qualcosa di strano. Quattordici anni fa, all'indomani della prima vittoria di Berlusconi alle elezioni e della prima volta al governo dei postfascisti (allora Msi), iniziò a farsi strada un certo imbarazzo riguardo la Resistenza, l'antifascismo, i valori condivisi, tra chi non aveva mai rinnegato il fascismo e anzi lo rimpiangeva. Adesso non c'è nemmeno più l'imbarazzo: ad Alghero viene vietata Bella ciao, il sindaco di Milano Letizia Moratti non partecipa ai festeggiamenti (rispondendo con un po di ritardo ad Enzo Biagi che qualche anno fa si chiedeva se la vera Moratti fosse colei che accompagnava il padre ex partigiano in carrozzina o colei che sfilava per la sicurezza tra le bandiere di Fiamma Tricolore e Forza Nuova), il centrodestra tutto si astiene dal festeggiare. Insomma, dopo quattordici anni di cura Berlusconi, anche il 25 aprile è diventato una festa di parte.
Chiaramente i maggiori giornali, anzichè dare il giusto risalto al fatto che il nostro è l'unico paese europeo in cui l'antifascismo è un valore di parte (e nemmeno della maggior parte), si scatenano sul V-day atto II di Beppe Grillo, inventando una fantomatica rivalità tra l'iniziativa del comico genovese e i festeggiamenti per la Liberazione. C'è voluto un apposito post di Grillo per chiarire che "i partigiani, gli operai, gli uomini liberi del 25 aprile sono nostri fratelli"; guarda caso, la raccolta di firme promossa dal "V2day" riguarda tre referendum per abolire l'Ordine dei giornalisti, il finanziamento pubblico all'editoria e la legge Gasparri.
Da quando Grillo ha iniziato a parlare di questa sua intenzione - o meglio, dai primi suoi attacchi a giornali e televisioni - proprio giornali e televisioni hanno boicottato lui, i suoi seguaci e le sue iniziative, parlandone con lo stesso rispetto con cui si parla di un delinquente qualsiasi, e dimostrando con i fatti ciò che Grillo (ma non solo lui) denuncia da anni (precisamente da quando un certo editore ha iniziato a fare politica), ovvero la totale assenza di libertà di stampa dovuta ad interferenze da parte di ambienti politici, economici e finanziari.
Personalmente, pur sostenendo l'iniziativa, dubito che possa dare i frutti sperati. Innanzitutto perché un eventuale referendum vedrebbe la maggioranza di governo (e almeno tre televisioni) fermamente schierata per l'astensione. Quand'anche avesse successo, poi, al governo ci sarebbe comunque Berlusconi, che difficilmente si farebbe portar via da sotto il naso il suo strapotere mediatico. L'unica soluzione sarebbe sperare, ma dopo aver visto i numeri con cui ha vinto le elezioni dieci giorni fa, c'è ancora qualcuno che ha una speranza? Nel caso ci fosse, si faccia vivo.

venerdì 11 aprile 2008

Dichiarazione di voto

Siamo ormai a tre giorni dalle elezioni. La campagna elettorale è stata atipica, strana, con quindici candidati premier, partiti che si lamentavano del poco spazio in televisione (anche Berlusconi), fairplay a corrente alternata, antiberlusconismo moribondo e - soprattutto - bugie su bugie.
Ciò che colpisce di questa classe politica non è tanto l'inefficienza o la disonestà, alle quali siamo abituati ormai dagli anni di Tangentopoli, quanto la totale assenza di dignità, di decenza, che porta alcuni politici a ripetere concetti già espressi mille volte o a negare decisioni o dichiarazioni del passato. La presa di posizione di Beppe Grillo - il non voto è l'unico voto utile - unita all'originaria insofferenza di una parte della popolazione, porterà probabilmente ad un astensionismo molto elevato, la cui utilità mi lascia fondamentalmente perplesso, considerato il fatto che le elezioni servono per decidere chi dovrà andare a governare l'Italia, e dire "chissenefrega" è un atteggiamento alquanto rischioso davanti ad uno come Berlusconi.
Sono passati due anni dalle ultime elezioni, dalla fine dei cinque anni di disastri, delle elezioni europee e amministrative stravinte sistematicamente dal centrosinistra, delle epurazioni censorie, dallo spaventoso calo di consensi di Forza Italia, eppure Prodi è già tornato a Bologna e le previsioni vedono ancora il Cavaliere futuro premier. Non abbiamo davvero imparato niente? Cos'è successo di così grave in questi due anni per giustificare la "nostalgia" di Tremonti, Calderoli e Castelli?

In primo luogo, l'indulto, senza dubbio la mossa più masochistica che un governo appena eletto e con una maggioranza risicata potesse fare: un provvedimento peraltro viziato da un inciucio insopportabile con Forza Italia, per comprendere anche i reati dei colletti bianchi (e far uscire Previti di galera). In secondo luogo, la miriade di promesse elettorali (il famoso programma dell'Unione) fatte e non mantenute, dall'abrogazione delle leggi vergogna alle riforme del conflitto d'interessi e del sistema radiotelevisivo; tutto è rimasto intatto, grazie a Mastella e ad alcuni centristi che hanno ricattato Prodi per due anni interi. E allora dove nasce questa fantomatica "antipolitica", se non proprio in quell'elettorato di centrosinistra che aveva portato Prodi alla vittoria sperando che riuscisse davvero a cancellare le vergogne fatte dal centrodestra, e restando per l'ennesima volta deluso dalla litigiosità della coalzione? La gente che va in piazza con Grillo, che seguirà il suo consiglio di non votare, è per la maggior parte gente di centrosinistra.

Personalmente, ci sono un paio di cose che fatico a comprendere da qualche settimana a questa parte. La prima, il fatto che da quando è iniziata la campagna elettorale Walter Veltroni, il sindaco pluripremiato e superelogiato per il "modello Roma", all'improvviso sia diventato, agli occhi di qualcuno, uguale a Berlusconi; la strategia Veltrusconi, quella di premere sul pericolo inciucio tra Pd e Pdl nella quale ci sono cascati un po' tutti, da Bertinotti a Beppe Grillo, da chi è partita se non da Berlusconi medesimo, già ai tempi del dialogo sulla legge elettorale?
Di Berlusconi, poi (e qui arriviamo al secondo punto), fatico a comprendere le ultime uscite. Posto che tirare fuori Mangano facendo l'elogio dell'omertà serve ad attirare i voti mafiosi, che bisogno c'era di ritirare fuori la storia dei comunisti, dei brogli, della falsa laurea di Di Pietro, del "criminoso" Santoro e dei giudici da sottoporre ad esami mentali (Licio Gelli docet)? E che bisogno c'era di delirare di fantasiose cordate di famiglia per Alitalia in nome dell'"italianità"? Tra l'altro l'italianità è un mostro che viene a galla ogni volta che ci sono loschi interessi politici in gioco: dovremmo imparare a diffidare di questo termine.

In ogni caso, anche se il voto dovrebbe essere uno strumento con cui esprimere une preferenza per il candidato o il partito che si sente più vicino alle proprie idee, devo prendere atto che candidati e partiti vicini a me non ce ne sono. Ciò non toglie però che tra gli incapaci e (a volte) disonesti e i disonesti pericolosi, la scelta cade logicamente sui primi; forza Uòlter dunque, anche se avevo promesso a me stesso, dopo aver votato Ulivo due anni fa, che una simile stronzata non l'avrei mai più fatta. Cavillo alla mia promessa, la mia croce di grafite andrà sull'Italia dei Valori di Di Pietro, di cui si può dire tutto ma non che non sia una persona onesta, seria e per bene. Dato che non possiamo avere politici di livello, votarne uno onesto serve a farci essere un po' meno pessimisti.