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giovedì 16 luglio 2009

Il Partito antidemocratico


Alle politiche del 2001 non avevo ancora 18 anni, dunque non votavo. Il mio battesimo del fuoco, parlando di elezioni, è stato alle europee del 2004: votai Ds, votai Michele Santoro, che anche grazie al mio voto fu eletto e andò a Bruxelles, dove doveva lottare per la libertà di informazione e da dove poi si dimise per andare a Rockpolitik da Celentano, e infine per tornare in tv con Annozero. Nel 2005, alle regionali scelsi di votare solo il presidente, Vendola obviously, senza dare preferenze ad alcuno. Nel 2006 votai Ulivo, perché credevo in Prodi e in quello che doveva essere il suo governo, salvo restare delusissimo da gran parte dei suoi esponenti. Ed è stato per questo che, dalle politiche 2008 in avanti, ho scelto di votare Italia dei valori. Non, sia chiaro, perché ritenga che Di Pietro possa diventare premier o possa rifondare la sinistra - le sue idee non hanno nulla di sinistra, anche se il suo elettorato è fortemente antiberlusconiano: ma per essere berlusconiani non occorre essere di sinistra - ma perché tutti gli altri mi hanno talmente deluso che scelsi di votare per colui che urla più forte contro questa dittatura. E Di Pietro urla, fortissimo.
In altre parole, non ho mai votato per il Partito democratico. Come ho detto, a parte le politiche del 2006 - in cui votai Ulivo pentendomi - l'unica volta che ho votato per i Ds l'ho fatto solo per dare il mio voto a Santoro. Avrei voluto recarmi alle primarie dell'Unione del 2005 per votare Prodi, ma non ci andai. Avrei voluto recarmi alle primarie del Pd, quelle dell'incoronazione di Veltroni, ma non ci andai: e se ci fossi andato, avrei votato presumibilmente Rosy Bindi. Tutto ciò sta a dimostrare che io, con il Pd, c'entro poco. Ogni volta, poi, che qualcuno parla con me, non esito a spalare quantità industriali di merda sui dirigenti democratici, perché campioni di inciuci e di riciclaggio politico e soprattutto perché non hanno ancora capito che, se il Pd non ha un'identità politica ben precisa e se i suoi elettori lo stanno abbandonando, la colpa è per la maggior parte la loro: dei vari Fassino, D'Alema, Rutelli, Fioroni, Latorre. Interessati più alle poltrone e al potere che alla giustizia sociale o al benessere dei loro concittadini.
Eppure, se domani mattina decidessi di iscrivermi al Pd, cosa dovrei fare? Dovrei andare nel circolo della mia città - in questo caso, Ostuni - e i dirigenti del circolo dovrebbero decidere se rilasciarmi o no la tessera. In questo caso, anche per la presenza di mio cugino nel partito a livello locale, non ci sarebbero problemi e io diventerei un militante del Partito democratico. Eppure, io non ho mai votato per il Partito democratico, e detesto i suoi dirigenti. Se poi volessi, potrei anche candidarmi a segretario: mi basterebbe raccogliere le firme in qualche regione e presentare la mia candidatura entro una certa data. Se riuscissi a farlo, si candiderebbe a segretario del Pd una persona che per il Pd non ha mai votato, e che non ha nessuna stima dei suoi dirigenti. Voi direte: dove voglio andare a parare?
Il fatto che io - in quanto cittadino - possa fare una cosa del genere, ci sta nel meccanismo di un partito davvero democratico. Eppure negli ultimi giorni un comune cittadino ha scelto di mettersi in gioco e di correre per la carica come quinto candidato, dopo Franceschini, Bersani, Marino e Adinolfi. Questo comune cittadino ha presentato il suo programma, radicalmente diverso dai programmi degli altri (anche se, dei programmi degli altri, si sa poco o nulla), ha richiesto la tessera del partito ed ha iniziato a raccogliere le firme. Ma la tessera gli è stata negata. Il suo nome, come avrete capito, è Beppe Grillo.
Allora ci si dovrebbe chiedere: il Partito democratico è davvero democratico? Si può definire democratico un partito che nega la tessera ad un cittadino che non ha mai militato in nessun altro partito, che presenta un programma, che rispetta le regole per la candidatura? La tessera del Pd, negli ultimi anni, non si è negata a nessuno. Dai pregiudicati come Enzo Carra (condannato definitivo per falsa testimonianza durante Mani pulite) agli iperriciclati come Marco Follini (già segretario dell'Udc e vicepremier del governo Berlusconi III), dalle raccomandate di lusso come Marianna Madia (portata in Parlamento in quanto "amica di Enrico Letta", o ricordo male?) agli indagati per mafia come Vladimiro 'Mirello' Crisafulli (filmato dai Carabinieri a cena con il boss di Enna, mentre parlavano di appalti), per finire al presunto stupratore seriale di Roma. E questo dovrebbe essere il partito nuovo? Gli stupratori, i mafiosi, i voltagabbana e i raccomandati sì e Beppe Grillo no?
Se il Pd fosse stato un partito serio, avrebbe detto a Grillo: candidati, gareggia con gli altri aspiranti segretari, presenta il tuo programma, gli elettori delle primarie ti giudicheranno. Ma sappi che prima di tutto non tollereremo i tuoi soliti toni qualunquisti, e che se vinci dovrai ascoltare la voce di tutti e non decidere da solo, mentre se perdi dovrai lottare insieme a noi. Questo, avrebbe fatto un partito serio. Avrebbe accolto un cittadino e i suoi seguaci e avrebbe sfruttato quest'occasione per aprire gli occhi sulla società italiana, così lontana dai dirigenti del Pd. Ciò che è evidente, però, in tutta questa storia, è la contraddizione dello strumento delle primarie, contraddizione che era già venuta fuori in occasione delle elezioni che incoronarono Veltroni: finchè c'è un candidato forte e tanti candidati deboli senza idee, va bene; se però si presenta qualcuno con idee diverse, innovative, e soprattutto con serie possibilità di vincere, non va più bene. In quell'occasione, i trombati furono Furio Colombo e Antonio Di Pietro. Grillo aveva serie possibilità di diventare segretario del Pd, e facendolo avrebbe spazzato via l'eterna lotta Veltroni-D'Alema (stavolta travestiti da Franceschini e Bersani, senza nulla togliere all'onestà di questi due) che ha triturato e raso al suolo la sinistra italiana degli ultimi venti anni. Ciò dava fastidio alla nomenklatura, troppo fastidio.
Concludo chiarendo una cosa molto importante: il tema sul quale occorre concentrarsi non è tanto se Grillo avesse o no la statura politica per fare il segretario del secondo partito italiano. Non è se Grillo avesse un programma o no. Non è se Grillo potesse o no diventare membro di un partito su cui aveva sparato a pallettoni ogni giorno negli ultimi due anni. Il tema è se un partito ha il diritto di negare la propria tessera ad un cittadino senza un motivo valido. E questo precedente dimostra che il Pd, fonte di sì tanta speranza da parte dei giovani della sua base (che difficilmente, a mio parere, si riconoscono nelle deliranti parole del loro segretario Raciti), nato da meno di due anni, è già entrato in un coma a dir poco profondo.

martedì 7 luglio 2009

Let's kick Salvini out


E' divertente vedere come in Italia si possa dire e fare tutto e il contrario di tutto senza aver paura di pagarne mai le conseguenze. Senza scomodare i gravi casi Parmalat e Cirio (Tanzi e Cragnotti non marciranno in carcere che per pochi mesi, chissà cosa ne pensa Madoff, condannato a 150 anni), un esempio calzante si può trovare nel calcio. Ebbene sì, lo sport più popolare e seguito del nostro belpaese. Solo un mese fa, il 18enne Mario Balotelli, talento dell'Inter e della Nazionale Under 21, prendeva parte agli europei di categoria, e c'era chi si preoccupava per lui e per i cori e le provocazioni di cui era stato vittima. In campionato, il più gettonato era "Non ci sono negri italiani". In campo internazionale, ai "buu" dagli spalti si aggiungevano le provocazioni dei giocatori in campo, ben consapevoli della debolezza psicologica dell'interista. E cosa dicevano opinionisti e tuttologi nostrani? Il razzismo è "stupido", "non è degno di un paese civile", "Balotelli è italiano come noi", eccetera eccetera.
Qualcuno ha dimenticato però che il 7 maggio scorso, un certo deputato leghista, tale Matteo Salvini, da leghista convinto e "da milanese che prende il tram", aveva avanzato una piccola proposta: a Milano ci sono troppi extracomunitari e tolgono, oltre "al lavoro agli italiani" (pezzo forte delle campagne elettorali della Lega Nord), anche i posti a sedere ai milanesi. Perciò la soluzione, per questo giovane "onorevole", era riservare posti ai milanesi, distinguendogli dagli "altri". Proposta appoggiata anche da una sua collega di partito, Raffaella Piccinni (e poi dicono che servono le quote rosa), con una differenza: anziché la distinzione "milanesi-altri", un'altra distinzione, cioè "extracomunitari-altri". Un'idea in puro stile apartheid, 15 anni dopo l'abolizione della segregazione razziale in Sudafrica. Se Nelson Mandela fosse morto, si rivolterebbe nella tomba: per fortuna è vivo, e non sarebbe male chiedergli una sua opinione.
La proposta di Salvini&Piccinni passò quasi inosservata, considerata "la solita idea razzista della Lega", come si parla delle marachelle di qualche ragazzino. Il problema è che non si parla di ragazzini capricciosi: si parla di un partito che è al governo. Oggi l'eroe Salvini torna a far parlare di sè, con un video, pubblicato da Repubblica e che ha fatto velocemente il giro del web, in cui intona cori da stadio offensivi verso i napoletani. "Senti che puzza, scappano anche i cani. Sono arrivati i napoletani...Son colerosi e terremotati...Con il sapone non si sono mai lavati...". Il deputato leghista, dopo essere stato attaccato, curiosamente, esclusivamente da politici di origini campane, si è incredibilmente difeso così: "La politica è questo governo, che ha ripulito Napoli da rifiuti e schifezze dopo anni di degrado. Il video in cui canto invece è un'altra cosa, è una festa tra amici che nulla c'entra con la politica, nel corso della quale si sono cantate canzoni da stadio. Quella messa in rete è la canzone sfottò che si canta ai tifosi del Napoli e poi ne abbiamo cantata subito dopo una contro il Verona". La famosa par condicio da stadio.
Allora umilmente mi chiedo: che senso ha, in un'Europa in cui la lotta al razzismo è affrontata in modo serio (vedi le iniziative globali contro la xenofobia negli stadi), scandalizzarsi di fronte ai "buu" a Balotelli, quando abbiamo deputati della maggioranza che si vantano di cantare cori contro napoletani, o veronesi, o di Roncobilaccio? Ed è mai possibile che in questo Paese non si dimetta mai nessuno, dal presidente del Consiglio-pappone ai ministri che cantano "abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore" (Bossi, Castelli, Maroni e Calderoli in Svizzera, qualche anno fa), dal capo di un partito condannato per finanziamento illecito (Bossi) al ministro inquisito per corruzione (Fitto) ai tanti deputati con problemi di giustizia, ai giudici costituzionali che vanno a cena con colui il cui destino dipende da una loro sentenza (Mazzella e Napolitano a cena con Berlusconi, Alfano, Ghedini e Gianni Letta) fino ad arrivare al piccolo Salvini? Certi quotidiani, anziché fare 10, 20 o 30 domande a questo o a quello, dovrebbero iniziare ad usare questa parola: DIMISSIONI. Finché l'unico che parla di dimissioni è Di Pietro, considerato ormai alla stregua di un rivoluzionario sandinista, non ci potremo lamentare del perché all'estero tramino per cacciarci via dal G8 a calci nel culo.

UPDATE: Salvini alla fine si è dimesso, ma solo perché "per fare l'europarlamentare avrei dovuto dimettermi", e non per il video. Insomma, dopo Mario Borghezio, Clemente Mastella, Barbara Matera e affini, un altro caso di fuga di cervelli a Bruxelles. Per la serie "esportiamo soltanto il meglio"...

lunedì 16 giugno 2008

Governo ombra, opposizione fantasma


Finalmente! Dopo circa due mesi di governo e un paio di emendamentini nascosti qua e là e poi ritirati - quello sul patteggiamento e quello per salvare Rete4 - finalmente il nostro premier esce allo scoperto e tira fuori, per mano dei due appositi soldatini Vizzini e Berselli, un bell'emendamento al decreto sicurezza che bloccherà il processo Mills, in cui Berlusconi è accusato di corruzione giudiziaria. Secondo il Capo, si tratta di "un provvedimento di legge a favore di tutta la collettività e che consentirà di offrire ai cittadini una risposta forte per i reati più gravi e più recenti", come se i reati più gravi fossero anche i più recenti, e bisogna approvarlo assolutamente perché il processo Mills è "l'ennesimo stupefacente tentativo di un sostituto procuratore milanese di utilizzare la giustizia a fini mediatici e politici, in ciò supportato da un tribunale anch'esso politicizzato e supinamente adagiato sulla tesi accusatoria". Da come ne parla, sembra quasi che sia sicuro di essere condannato.
Ma non è mica finita qui: oltre all'emendamento che blocca i processi, abbiamo anche il Lodo Schifani-bis, quello che bloccava i processi alle alte cariche dello Stato, già dichiarato incostituzionale dalla Suprema Corte e ora rispolverato in pompa magna. Qualcuno, dalla parte dell'opposizione, ha già ricordato al premier che quel lodo era incostituzionale, e che se proprio vuole ripresentarlo, dovrà farlo come legge costituzionale. Veltroni, caduto dal pero per l'occasione, si è detto "stupito" per le ultime mosse del governo (Rete4, intercettazioni, lodo ammazzaprocessi, deliri leghisti sull'Europa) ed ha addirittura minacciato di interrompere il dialogo. Casini si è detto invece dispiaciuto del fatto che ora, per colpa di questa piccola magagna del premier, non si potrà che "rompere quel clima di collaborazione istituzionale che si era ben avviato tra maggioranza e opposizione".
Che peccato. Io non so dove abbia vissuto il signor Veltroni negli anni dal 2001 al 2006, come non so se lo stesso sappia che le reti Mediaset sono di proprietà di Berlusconi e non di Confalonieri, come non so se sappia che "il principale esponente dello schieramento politico a noi avverso" è implicato in un paio di processi nei quali rischia di venire condannato durante il suo governo, fatto che renderebbe l'Italia ancora più ridicola di quanto non sia già. Ma so benissimo una cosa, e cioè che i suoi elettori, chi ha votato Pd come chi ha votato Italia dei Valori, sapevano chi è Berlusconi, e per questo non lo hanno votato. Ci si può scannare finchè si vuole sulle ragioni politiche o sociali di una sconfitta - anzi, di più sconfitte dato che la destra continua a vincere in tutte le amministrative - ma se Veltroni e i suoi non si rendono conto, come sta facendo invece Di Pietro, che Berlusconi pensa solo ai suoi interessi e che con lui non si può dialogare, non solo si getterà l'Italia definitivamente nel cesso, ma si manderà anche Bellachioma al Quirinale. E sui libri di storia. Opportunamente revisionati.

martedì 15 aprile 2008

si salvi chi può

Chiavi di lettura delle elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008:
  • la Sinistra italiana è morta e sepolta;
  • Veltroni sperava di attirare i delusi del centrodestra e invece ha attirato solo una parte dei delusi del centrosinistra (vedi sopra);
  • agli italiani non interessano il conflitto d'interessi, la lotta alla mafia e la libertà di stampa;
  • nella politica italiana le bugie pagano (e bene);
  • l'antipolitica si esprime quasi totalmente nella Lega.

Ad ogni modo, per Veltroni e il Partito Democratico è stata una batosta.

venerdì 11 aprile 2008

Dichiarazione di voto

Siamo ormai a tre giorni dalle elezioni. La campagna elettorale è stata atipica, strana, con quindici candidati premier, partiti che si lamentavano del poco spazio in televisione (anche Berlusconi), fairplay a corrente alternata, antiberlusconismo moribondo e - soprattutto - bugie su bugie.
Ciò che colpisce di questa classe politica non è tanto l'inefficienza o la disonestà, alle quali siamo abituati ormai dagli anni di Tangentopoli, quanto la totale assenza di dignità, di decenza, che porta alcuni politici a ripetere concetti già espressi mille volte o a negare decisioni o dichiarazioni del passato. La presa di posizione di Beppe Grillo - il non voto è l'unico voto utile - unita all'originaria insofferenza di una parte della popolazione, porterà probabilmente ad un astensionismo molto elevato, la cui utilità mi lascia fondamentalmente perplesso, considerato il fatto che le elezioni servono per decidere chi dovrà andare a governare l'Italia, e dire "chissenefrega" è un atteggiamento alquanto rischioso davanti ad uno come Berlusconi.
Sono passati due anni dalle ultime elezioni, dalla fine dei cinque anni di disastri, delle elezioni europee e amministrative stravinte sistematicamente dal centrosinistra, delle epurazioni censorie, dallo spaventoso calo di consensi di Forza Italia, eppure Prodi è già tornato a Bologna e le previsioni vedono ancora il Cavaliere futuro premier. Non abbiamo davvero imparato niente? Cos'è successo di così grave in questi due anni per giustificare la "nostalgia" di Tremonti, Calderoli e Castelli?

In primo luogo, l'indulto, senza dubbio la mossa più masochistica che un governo appena eletto e con una maggioranza risicata potesse fare: un provvedimento peraltro viziato da un inciucio insopportabile con Forza Italia, per comprendere anche i reati dei colletti bianchi (e far uscire Previti di galera). In secondo luogo, la miriade di promesse elettorali (il famoso programma dell'Unione) fatte e non mantenute, dall'abrogazione delle leggi vergogna alle riforme del conflitto d'interessi e del sistema radiotelevisivo; tutto è rimasto intatto, grazie a Mastella e ad alcuni centristi che hanno ricattato Prodi per due anni interi. E allora dove nasce questa fantomatica "antipolitica", se non proprio in quell'elettorato di centrosinistra che aveva portato Prodi alla vittoria sperando che riuscisse davvero a cancellare le vergogne fatte dal centrodestra, e restando per l'ennesima volta deluso dalla litigiosità della coalzione? La gente che va in piazza con Grillo, che seguirà il suo consiglio di non votare, è per la maggior parte gente di centrosinistra.

Personalmente, ci sono un paio di cose che fatico a comprendere da qualche settimana a questa parte. La prima, il fatto che da quando è iniziata la campagna elettorale Walter Veltroni, il sindaco pluripremiato e superelogiato per il "modello Roma", all'improvviso sia diventato, agli occhi di qualcuno, uguale a Berlusconi; la strategia Veltrusconi, quella di premere sul pericolo inciucio tra Pd e Pdl nella quale ci sono cascati un po' tutti, da Bertinotti a Beppe Grillo, da chi è partita se non da Berlusconi medesimo, già ai tempi del dialogo sulla legge elettorale?
Di Berlusconi, poi (e qui arriviamo al secondo punto), fatico a comprendere le ultime uscite. Posto che tirare fuori Mangano facendo l'elogio dell'omertà serve ad attirare i voti mafiosi, che bisogno c'era di ritirare fuori la storia dei comunisti, dei brogli, della falsa laurea di Di Pietro, del "criminoso" Santoro e dei giudici da sottoporre ad esami mentali (Licio Gelli docet)? E che bisogno c'era di delirare di fantasiose cordate di famiglia per Alitalia in nome dell'"italianità"? Tra l'altro l'italianità è un mostro che viene a galla ogni volta che ci sono loschi interessi politici in gioco: dovremmo imparare a diffidare di questo termine.

In ogni caso, anche se il voto dovrebbe essere uno strumento con cui esprimere une preferenza per il candidato o il partito che si sente più vicino alle proprie idee, devo prendere atto che candidati e partiti vicini a me non ce ne sono. Ciò non toglie però che tra gli incapaci e (a volte) disonesti e i disonesti pericolosi, la scelta cade logicamente sui primi; forza Uòlter dunque, anche se avevo promesso a me stesso, dopo aver votato Ulivo due anni fa, che una simile stronzata non l'avrei mai più fatta. Cavillo alla mia promessa, la mia croce di grafite andrà sull'Italia dei Valori di Di Pietro, di cui si può dire tutto ma non che non sia una persona onesta, seria e per bene. Dato che non possiamo avere politici di livello, votarne uno onesto serve a farci essere un po' meno pessimisti.

venerdì 15 febbraio 2008

Toni variabili


La parola d'ordine della campagna elettorale appena cominciata è "abbassare i toni", nel nome di un confronto sereno e corretto tra le parti e della fine dell'epoca degli scontri. Concetto condivisibile in pieno, se non fosse per qualche incoerenza di troppo, sia nel comportamento di alcuni protagonisti, sia nella sua effettiva applicabilità. Sarebbe immaginabile negli Stati Uniti una campagna elettorale in cui un candidato alla presidenza, prima delle Primarie come prima delle elezioni vere e proprie, rinunci in partenza ad attaccare il suo avversario per dimostrare di essere migliore? Sarebbe immaginabile un confronto tra Hillary Clinton e Tarack Obama in cui i due non si accusano a vicenda? E' anche vero che, nel confronto in questione, ad esempio, Hillary accusò Obama "di aver ricevuto sovvenzioni per la sua campagna elettorale da un personaggio accusato di frode", mentre Obama replicò definendo la sua rivale "avvocato aziendale che siede nel consiglio di amministrazione di Wal-Mart": bombe atomiche in un paese in cui l'integrità morale di coloro che vogliono fare politica è una cosa seria. In Spagna è bufera intorno ad un presunto fuorionda di Zapatero, che dopo un'intervista confessava ad un giornalista di voler alzare la tensione della campagna elettorale, "se no la gente..."; l'opposizione del Pp lo accusa di non rispettare i cittadini, mentre il premier si difende dicendo che la "tensione che ci conviene" è quella che si ottiene "mobilitando e spiegando agli elettori socialisti la posta in gioco" il 9 marzo.
Intanto, in Italia, dopo anni di "scontro" in salsa anticomunista, prima si parla di toni bassi, poi Berlusconi va a Porta a porta e racconta che "il comunismo è stato il fallimento più grande del XX secolo", che "la sinistra vuole abolire la moneta come voleva Stalin" e che "Veltroni si pone come uomo nuovo ma fa politica da 30 anni, iniziando nel Pci". Tremonti a Ballarò invece rimprovera a Franceschini di aver alzato troppo i toni con l'aggettivo "conservatore", quando quest'ultimo parlava del neonato Pdl come di un partito, appunto, di destra e conservatore. In effetti siamo un paese molto strano, per cui forse dovremmo smetterla di confrontarci con le altre nazioni europee: nel resto del mondo infatti ciò che succede da noi sarebbe impensabile, in tantissimi campi, dall'informazione televisiva allo smaltimento dei rifiuti, dai pregiudicati in Parlamento alle ingerenze del Vaticano, dallo scandalo Telecom allo scontro politica-magistratura.
Come andranno queste elezioni dunque? I sondaggi danno per favorito Berlusconi, e non poteva essere altrimenti, data la scarsità di azione del governo Prodi lacerato dalle divisioni interne e dall'aumento della pressione fiscale, necessaria ma impopolare; il Cavaliere sta cavalcando proprio questo tema, oltre a quello della "non novità" di Veltroni, e ad un occhio obiettivo sembra destinato alla vittoria. Ma Veltroni crede nella rimonta, contando su un partito "nuovo" e su temi importanti e forse anche sul voto dell'"antipolitica" o di una parte di essa, garantito con l'alleanza con l'Italia dei Valori: basterà? Comunque vada a finire, si spera in un miglioramento.