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mercoledì 9 settembre 2009

Addio pluralismo...o no?

Questi sono i due spot che la Rai avrebbe già dovuto iniziare a mettere in onda, e che invece sta tenendo in un cassetto. Sono i promo per l'inizio della trasmissione Annozero di Michele Santoro, che doveva aprire i battenti giovedì 24 settembre e su cui invece è calato il mistero. La Rai sta infatti tirando la corda riguardo alcuni contratti, tra cui quello di Marco Travaglio, su cui graverebbe, secondo alcuni, il veto negativo del presidente del Consiglio in persona. Il ducetto arcoriano infatti, dopo anni di denunce e richieste di danni al giornalista torinese, vuole mostrare i muscoli e farlo cacciare dalla trasmissione, unico spazio di libertà ancora sopravvissuto nel panorama televisivo italiano insieme a Report (e anche Milena Gabanelli sta avendo i suoi problemucci, ultimamente). Se il volere di Berlusconi sarà rispettato, come troppo spesso è accaduto e accade alla Rai (alla faccia del conflitto d'interessi), è più verosimile pensare che Annozero non vada in onda piuttosto che aspettarsi un programma senza uno dei suoi "padri fondatori" (già Ruotolo, qualche giorno fa, ha ribadito che "Annozero è Santoro, Travaglio, Vauro..."). Per quanto mi riguarda, spero che Santoro e Travaglio vadano in onda senza problemi: ma se dovessi scommettere un euro sulla sorte di Annozero, lo punterei sulla sua chiusura. D'altronde, se la Rai è riuscita già una volta a cacciare Santoro (e con lui, Luttazzi a parte, anche un mito come Enzo Biagi), non vedo perché non potrebbe rifarlo.


giovedì 30 ottobre 2008

Nel mondo del Re Sole


E' imbarazzante dover seguire gli avvenimenti di questi giorni con il solito metro di giornali e telegiornali italiani. Solo qualche giorno fa, un presidente emerito della Repubblica italiana come Francesco Cossiga - che aveva peraltro già dato modo in passato di farci dubitare della sua sanità mentale - in un'intervista ha ricordato i bei tempi degli anni '70, quando da ministro dell'Interno mandava agenti provocatori tra gli studenti che manifestavano, per poi massacrarli tutti dopo averli lasciati liberi e felici a distruggere vetrine e palazzi. Giusto oggi - o ieri, è passata la mezzanotte - i suggerimenti di Cossiga si sono magicamente tramutati in realtà. Eccoli, gli agenti provocatori, in piazza Navona. Travestiti da studenti del Blocco Studentesco, coperti da caschi e passamontagna e con mazze avvolte da bandiere tricolori in mano. Fossimo ancora negli anni '20, questi buzzurri si chiamerebbero squadristi. Ora siamo nel 2008, e si chiamano estremisti di destra. Coloro che attaccati da un'infame violenza - una volta si sarebbero chiamati manifestanti inermi - cercano di difendersi utilizzando il primo oggetto che trovano davanti (in questo caso alcune sedie) si chiamano estremisti di sinistra. Allo stesso livello, sia chi arriva in piazza armato per picchiare, sia chi si difende. Nessuna distinzione.
Si voleva evidentemente arrivare a questo per screditare un movimento studentesco come non se ne erano mai visti. Quello del '68 era ideologizzato, e lottava anche contro i professori. Quello del '77 era violento e anch'esso politicizzato, e vide studenti ed operai sulla stessa linea, partorendo il terrorismo. Questo non è un movimento normale. Non ci sono violenti. Ci sono studenti di tutte le età, professori di tutte le scuole, non ci sono partiti (anche perché il Pd è lontano anni luce da questi ragazzi). Servivano, e servono gli episodi di violenza, come ha suggerito Cossiga, per poter giustificare la repressione che verrà, per queste proteste come per quelle che verranno.
Gli studenti sembrano decisi a continuare, ad oltranza. Ma arriverà, tra un giorno, una settimana, un mese, il momento in cui tutto arriverà alla fine. Uno studente, e poi un altro, e poi un altro ancora inizieranno a pensare che forse questa è una battaglia destinata ad essere persa, ed abbandoneranno il campo. O peggio, i loro genitori li convinceranno che forse non è il caso di prendersi una manganellata per qualcosa che non riusciranno mai a cambiare. Perché se Beppe Grillo ha come grido di battaglia "Loro non molleranno mai, noi neppure", la verità è che fino ad ora, gli unici a non mollare sono loro. Come stanno dimostrando con la politica dei decreti, che ha totalmente eroso l'utilità del Parlamento. Come stanno dimostrando con la Commissione di Vigilanza Rai, con Orlando che aspetta da mesi di essere eletto alla presidenza (ma qualcuno vuol scommettere che finché il candidato non cambia la Vigilanza resta senza presidente?). Come dimostreranno con la legge elettorale per le europee, in cui le preferenze verranno abolite in modo che Berlusconi possa mandare in Europa solo i suoi uomini più fidati.
Qualche giorno fa, nella redazione di Leggo si discuteva sulla pessima situazione di questo paese. Prima di Mani Pulite c'erano i ladri, che però almeno si preoccupavano di dare dell'Italia un'immagine internazionale decente. Ora c'è gente che stimola grasse risate ai nostri coetanei spagnoli, tedeschi, francesi. Un ministro che fino a cinque anni fa faceva i calendari senza veli. Più di venti parlamentari pregiudicati. Un presidente del consiglio che racconta le barzellette e cambia le leggi a suo uso e consumo per salvarsi dai processi. Un presidente del Senato ex socio di affari di alcuni mafiosi. Un presidente della Camera che va a tuffarsi in aree protette e con divieto di balneazione. Una compagnia di bandiera svenduta a quattro lire ad un gruppetto di amici del premier, con trattativa privata. Tutte le televisioni che cantano i successi del governo. Il premier che chiede agli industriali di non comprare più spot sul servizio pubblico "perché diffonde ansia e pessimismo", suggerendo invece di comprarli dalla concorrenza, che per puro caso è anche la sua azienda di famiglia. Un ministro dell'Istruzione che chiede di ripristinare la meritocrazia, sette anni dopo aver percorso 900 km per sostenere l'esame di avvocato in una sede dove venivano tutti promossi, anziché farlo nella sua provincia dove per essere promossi bisognava studiare.
Meglio non continuare. Per chi ha la mia età le consolazioni sono già poche per affogare definitivamente nell'eccessivo pessimismo. Personalmente, mi piace pensare di essere fortunato, perché tra molti anni potrò raccontare anch'io, come i miei nonni, di aver vissuto sotto una dittatura. Perché diciamocelo chiaramente, questa Italia in cui ci troviamo, come definirla se non una vera e propria dittatura?

mercoledì 14 maggio 2008

Televisione di Regime

Si è alzato un gran polverone, nei giorni scorsi, sul cosiddetto "caso Travaglio", anche se, come abbiamo visto anche in passato con i casi Forleo e De Magistris, definirlo caso Travaglio dà l'impressione che ci sia interesse a distogliere l'attenzione dal problema. Se infatti il caso Forleo avrebbe dovuto essere "caso Unipol" e il caso De Magistris "caso Mastella" o "caso Calabria", l'intervista di Travaglio a Che tempo che fa di domenica sera e le polemiche ad essa seguite meritavano di essere ricordate quantomeno come "caso Schifani".
Travaglio ha infatti notato con quale giubilo i giornali e le televisioni italiane hanno accolto l'elezione alla seconda carica dello Stato dell'ex capogruppo al Senato di Forza Italia, senza ricordare il suo passato "scomodo"; Schifani ha infatti sul groppone un paio di amicizie sconsiderate - per dirla con D'Avanzo - Benny D'Agostino e Nino Mandalà, suoi ex soci in affari nella Sicilia Brokers, e con cui mantenne rapporti almeno fino alla metà degli anni '90. D'Agostino e Mandalà sono stati poi arrestati e condannati per mafia nel 1998, ma anche se è difficile credere che mafiosi lo siano diventati solo dopo il 1996, in un paese normale chi arriva a presiedere la Camera alta del Parlamento dovrebbe spiegare queste liaisons dangereuses, se non ai giornalisti, almeno agli elettori.
La gogna ha invece travolto colui che ha sollevato il problema, per la ormai vecchia e stolta abitudine italiana di guardare il dito anzichè la luna. Travaglio è stato accusato di linciaggio, di vilipendio, di aver insultato sulla tv pubblica e "senza contraddittorio" (a ridaje) la seconda carica dello Stato; Fazio, che lo ospitava, è stato costretto a scusarsi in diretta e a dissociarsi dalle parole del suo intervistato. Gli affondi più duri però non sono arrivati dal centrodestra (gli attacchi di un Gasparri o di un Landolfi lasciano il tempo che trovano), ma da due personaggi di rilievo del Partito Democratico - Luciano Violante e Anna Finocchiaro, quest'ultima reduce dal disastro alle regionali in Sicilia - i cui elettori stanno probabilmente iniziando a chiedersi quale fosse il mandato elettorale del Pd e se nello stesso fosse compresa la difesa della libertà di stampa e di opinione.
Chiaramente, alle sterili polemiche derivanti dal riassestamento della tv pubblica con il nuovo governo appena nominato non siamo così disabituati; ciò che colpisce ancora una volta è l'intoccabilità della televisione. Come sette anni fa con Luttazzi, ancora una volta si alza un polverone assurdo per un fatto già ampiamente trattato da libri e giornali (I complici di Lirio Abbate e Peter Gomez, Se li conosci li eviti dello stesso Gomez e Marco Travaglio, gli articoli di Travaglio su l'Unità), solo perchè certi argomenti devono necessariamente essere banditi dalla televisione generalista. Ma se sette anni fa certi mazzolamenti censorei erano un minimo contrastati dall'opposizione, adesso avvengono nel più totale ed assordante silenzio.

lunedì 28 aprile 2008

Dovere di servizio

I video qui sotto raffigurano l'intervento di Marco Travaglio al Vday di tre giorni fa, in piazza San Carlo a Torino, evento a cui hanno partecipato milioni di persone in tutta Italia e nel mondo (un milione e mezzo circa di firme raccolte complessivamente per i tre referendum, a detta di Beppe Grillo). Di cosa parla Travaglio? Tra le altre cose, della fantomatica emergenza sicurezza di cui si parla a reti unificate da qualche settimana (di troppo), guarda caso in concomitanza con la campagna elettorale delle elezioni amministrative al comune di Roma, in cui Alemanno ha puntato tutto proprio sul tema sicurezza. Il risultato è stato esaltante: quasi il 54% dei romani ha votato per Alemanno, trombando l'ex vicepremier Rutelli.
Eppure solo tre anni fa proprio Alemanno prese una batosta memorabile da Veltroni, che vinse a mani basse annientando Forza Italia. Tecnologia del consenso? Potere della televisione? Secondo me sì. Per altri, forse, no. Ma di fronte ad un cambio di rotta così netto, pensateci bene quando qualcuno vi dice che le televisioni non contano niente: o non ci capisce nulla, o vi sta prendendo per il culo.