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lunedì 14 dicembre 2009

Il verdetto per Tartaglia è di condanna a morte


Per l'appunto. L'ultimo post scritto da me riguardava Annozero, precisamente la puntata, la prima di questa stagione, sulla libertà di informazione. Il giorno dopo, fioccarono i commenti di chi la puntata, magari, non l'aveva nemmeno vista, ma aveva comunque qualcosa da dire: una specie di gara a chi spalava più letame, di cui ho dato conto proprio qui sotto e che vi invito a leggere. Ciò che vorrei sottolineare oggi, però, è una frase di Emilio Fede, pronunciata ieri sera durante il suo 'speciale' sull'aggressione (se vogliamo chiamarla così) a Berlusconi. "Chi semina vento, raccoglie tempesta", ha detto Fede. Verissimo. E infatti dopo settimane, mesi, anni di 'vento' su Annozero da parte del Pdl e della Lega, ieri si è raccolta la 'tempesta'. Luca Bertazzoni, che si trovava con il suo operatore a Milano per la manifestazione del Pdl durante la quale ha anche parlato il presidente del Consiglio (emblema della democrazia italiana: il capo del governo che fa un comizio in piazza nel quale attacca l'opposizione: se anziché da un palco lo avesse fatto da un balcone, saremmo a cavallo), è stato ripetutamente insultato da alcuni 'civilissimi' manifestanti. "Infami", "vergognatevi", "Santoro è uno stronzo", "tu sei un dipendente, fai disinformazione, racconti delle balle". Le stesse frasi che, con toni più o meno simili, leggerete anche qui sotto, nel mio precedente post citato poc'anzi. E poi dicono che la televisione non influenza nessuno.
Non contento, tra l'altro, il Fido Emilio fa una battutina sul povero Massimo Tartaglia, già diventato 'un malato di mente con problemi psichici' a reti unificate: "Inquadratelo questo mascalzone, inquadratelo - dice il direttore dell'imparzialissimo Tg4 - chissà, magari quando esce la gente potrebbe riconoscerlo, così magari...gli offriamo un caffè". Com'era, Emilio? Chi semina vento cos'è che raccoglie? A completare il lavoretto di istigazione all'omicidio, qualche gruppo su Facebook intitolato "Uccidiamo Massimo Tartaglia" e, soprattutto, Mattino 5 e il Tg1, che hanno intervistato il padre di Tartaglia facendo attenzione ad inquadrare per bene l'indirizzo di casa sua. Non sia mai che a qualcuno non venga in mente di andargli a fare una visitina.

giovedì 16 luglio 2009

Il Partito antidemocratico


Alle politiche del 2001 non avevo ancora 18 anni, dunque non votavo. Il mio battesimo del fuoco, parlando di elezioni, è stato alle europee del 2004: votai Ds, votai Michele Santoro, che anche grazie al mio voto fu eletto e andò a Bruxelles, dove doveva lottare per la libertà di informazione e da dove poi si dimise per andare a Rockpolitik da Celentano, e infine per tornare in tv con Annozero. Nel 2005, alle regionali scelsi di votare solo il presidente, Vendola obviously, senza dare preferenze ad alcuno. Nel 2006 votai Ulivo, perché credevo in Prodi e in quello che doveva essere il suo governo, salvo restare delusissimo da gran parte dei suoi esponenti. Ed è stato per questo che, dalle politiche 2008 in avanti, ho scelto di votare Italia dei valori. Non, sia chiaro, perché ritenga che Di Pietro possa diventare premier o possa rifondare la sinistra - le sue idee non hanno nulla di sinistra, anche se il suo elettorato è fortemente antiberlusconiano: ma per essere berlusconiani non occorre essere di sinistra - ma perché tutti gli altri mi hanno talmente deluso che scelsi di votare per colui che urla più forte contro questa dittatura. E Di Pietro urla, fortissimo.
In altre parole, non ho mai votato per il Partito democratico. Come ho detto, a parte le politiche del 2006 - in cui votai Ulivo pentendomi - l'unica volta che ho votato per i Ds l'ho fatto solo per dare il mio voto a Santoro. Avrei voluto recarmi alle primarie dell'Unione del 2005 per votare Prodi, ma non ci andai. Avrei voluto recarmi alle primarie del Pd, quelle dell'incoronazione di Veltroni, ma non ci andai: e se ci fossi andato, avrei votato presumibilmente Rosy Bindi. Tutto ciò sta a dimostrare che io, con il Pd, c'entro poco. Ogni volta, poi, che qualcuno parla con me, non esito a spalare quantità industriali di merda sui dirigenti democratici, perché campioni di inciuci e di riciclaggio politico e soprattutto perché non hanno ancora capito che, se il Pd non ha un'identità politica ben precisa e se i suoi elettori lo stanno abbandonando, la colpa è per la maggior parte la loro: dei vari Fassino, D'Alema, Rutelli, Fioroni, Latorre. Interessati più alle poltrone e al potere che alla giustizia sociale o al benessere dei loro concittadini.
Eppure, se domani mattina decidessi di iscrivermi al Pd, cosa dovrei fare? Dovrei andare nel circolo della mia città - in questo caso, Ostuni - e i dirigenti del circolo dovrebbero decidere se rilasciarmi o no la tessera. In questo caso, anche per la presenza di mio cugino nel partito a livello locale, non ci sarebbero problemi e io diventerei un militante del Partito democratico. Eppure, io non ho mai votato per il Partito democratico, e detesto i suoi dirigenti. Se poi volessi, potrei anche candidarmi a segretario: mi basterebbe raccogliere le firme in qualche regione e presentare la mia candidatura entro una certa data. Se riuscissi a farlo, si candiderebbe a segretario del Pd una persona che per il Pd non ha mai votato, e che non ha nessuna stima dei suoi dirigenti. Voi direte: dove voglio andare a parare?
Il fatto che io - in quanto cittadino - possa fare una cosa del genere, ci sta nel meccanismo di un partito davvero democratico. Eppure negli ultimi giorni un comune cittadino ha scelto di mettersi in gioco e di correre per la carica come quinto candidato, dopo Franceschini, Bersani, Marino e Adinolfi. Questo comune cittadino ha presentato il suo programma, radicalmente diverso dai programmi degli altri (anche se, dei programmi degli altri, si sa poco o nulla), ha richiesto la tessera del partito ed ha iniziato a raccogliere le firme. Ma la tessera gli è stata negata. Il suo nome, come avrete capito, è Beppe Grillo.
Allora ci si dovrebbe chiedere: il Partito democratico è davvero democratico? Si può definire democratico un partito che nega la tessera ad un cittadino che non ha mai militato in nessun altro partito, che presenta un programma, che rispetta le regole per la candidatura? La tessera del Pd, negli ultimi anni, non si è negata a nessuno. Dai pregiudicati come Enzo Carra (condannato definitivo per falsa testimonianza durante Mani pulite) agli iperriciclati come Marco Follini (già segretario dell'Udc e vicepremier del governo Berlusconi III), dalle raccomandate di lusso come Marianna Madia (portata in Parlamento in quanto "amica di Enrico Letta", o ricordo male?) agli indagati per mafia come Vladimiro 'Mirello' Crisafulli (filmato dai Carabinieri a cena con il boss di Enna, mentre parlavano di appalti), per finire al presunto stupratore seriale di Roma. E questo dovrebbe essere il partito nuovo? Gli stupratori, i mafiosi, i voltagabbana e i raccomandati sì e Beppe Grillo no?
Se il Pd fosse stato un partito serio, avrebbe detto a Grillo: candidati, gareggia con gli altri aspiranti segretari, presenta il tuo programma, gli elettori delle primarie ti giudicheranno. Ma sappi che prima di tutto non tollereremo i tuoi soliti toni qualunquisti, e che se vinci dovrai ascoltare la voce di tutti e non decidere da solo, mentre se perdi dovrai lottare insieme a noi. Questo, avrebbe fatto un partito serio. Avrebbe accolto un cittadino e i suoi seguaci e avrebbe sfruttato quest'occasione per aprire gli occhi sulla società italiana, così lontana dai dirigenti del Pd. Ciò che è evidente, però, in tutta questa storia, è la contraddizione dello strumento delle primarie, contraddizione che era già venuta fuori in occasione delle elezioni che incoronarono Veltroni: finchè c'è un candidato forte e tanti candidati deboli senza idee, va bene; se però si presenta qualcuno con idee diverse, innovative, e soprattutto con serie possibilità di vincere, non va più bene. In quell'occasione, i trombati furono Furio Colombo e Antonio Di Pietro. Grillo aveva serie possibilità di diventare segretario del Pd, e facendolo avrebbe spazzato via l'eterna lotta Veltroni-D'Alema (stavolta travestiti da Franceschini e Bersani, senza nulla togliere all'onestà di questi due) che ha triturato e raso al suolo la sinistra italiana degli ultimi venti anni. Ciò dava fastidio alla nomenklatura, troppo fastidio.
Concludo chiarendo una cosa molto importante: il tema sul quale occorre concentrarsi non è tanto se Grillo avesse o no la statura politica per fare il segretario del secondo partito italiano. Non è se Grillo avesse un programma o no. Non è se Grillo potesse o no diventare membro di un partito su cui aveva sparato a pallettoni ogni giorno negli ultimi due anni. Il tema è se un partito ha il diritto di negare la propria tessera ad un cittadino senza un motivo valido. E questo precedente dimostra che il Pd, fonte di sì tanta speranza da parte dei giovani della sua base (che difficilmente, a mio parere, si riconoscono nelle deliranti parole del loro segretario Raciti), nato da meno di due anni, è già entrato in un coma a dir poco profondo.

giovedì 18 giugno 2009

Nessun colpevole

Da quindici lunghi anni ascoltiamo gli slogan di Berlusconi e del suo partito, sempre così diversi e così uguali a se stessi nella loro banalità. Dagli elogi ai magistrati di Mani Pulite nella campagna elettorale del 1994, si passò quasi subito ad un rovesciamento delle gerarchie, dopo l'avviso di garanzia di Napoli che regalò all'allora premier e all'Italia la prima figuraccia internazionale (un avviso di garanzia per corruzione al presidente del Consiglio proprio nei giorni in cui presiedeva una conferenza Onu sulla corruzione). Quell'inchiesta, che non fu decisiva a far cadere il governo come invece si racconta adesso (cadde perché la Lega abbandonò il Polo, e Bossi si prese più volte da Berlusconi la qualifica di 'Giuda' e 'traditore'), non si concluse in un bicchier d'acqua, come al caro Gasparri piace raccontare. La fantasia (e la paura) dei magistrati la fece da padrona: Berlusconi fu prima assolto perché si disse che era suo fratello a corrompere la Guardia di Finanza. Poi suo fratello fu assolto perché si capì che, con quella faccia, non poteva decidere un bel niente: i giudici dissero che era evidente che fosse stato Silvio a decidere tutto, ma Silvio ormai era stato assolto e non si poteva 'ripescare'.
Dopo quel processo ne arrivarono tanti altri, per corruzione giudiziaria, falso in bilancio, finanziamento illecito, tutti finiti in prescrizione o con assoluzioni quanto meno generose. Ciò che sta succedendo nelle ultime settimane però è qualcosa di più. Non si parla solo di fatti penalmente rilevanti come la corruzione di un testimone (Mills, già condannato, Berlusconi fuori dal processo grazie all'apposito lodo Alfano) o di fatti moralmente rilevanti come il rapporto mai spiegato con la minorenne Noemi Letizia (e le barilate di bugie riversate a reti unificate per spiegare la dinamica della sua conoscenza). Le foto di Villa Certosa, le parole minacciose del fotografo Zappadu, i ridicoli tentativi degli house organ berlusconiani di delegittimare questo o quel giornale rivale, il deludente risultato delle elezioni europee, hanno portato un vento diverso nella politica italiana. Intanto, si può tranquillamente dire che questa maggioranza così forte e così solida, piano piano sta tremando sotto i colpi dei continui scandali del suo padrone. Certamente le possibilità che succeda davvero qualcosa, che ci sia quello 'scossone politico' di cui D'Alema parlava domenica scorsa (e le cui parole sono state vergognosamente strumentalizzate da chi ha interesse a spostare sempre l'attenzione dalla luna al dito), sono molto vaghe: prima di far cadere Berlusconi infatti, il centrodestra dovrebbe trovare un altro leader credibile, anche se vincere contro questo centrosinistra abbandonato dai suoi elettori non sembra una missione impossibile. Fini potrebbe essere l'uomo giusto, ma si dice che punti al Quirinale, per cui il favorito è Tremonti. Ma Berlusconi vorrà davvero lasciare lo scettro del comando?
Quel che è certo è che l'ultima inchiesta, quella di Bari svelata da Fiorenza Sarzanini sul Corriere della sera, scotta parecchio. Intanto perché a gestirla non è il solito pm colluso della Procura di Roma, né l'ultimo dei magistrati sardi: a gestirla è infatti Pino Scelsi, magistrato di successo della Procura antimafia di Bari, fama di giudice integerrimo. Poi perché si parla di accuse gravissime, sia penalmente che moralmente: Ghedini può dire ciò che vuole, ma pagare delle ragazze perché vadano in abito da sera a Palazzo Grazioli o a Villa Certosa, e restino lì per la notte, non è la solita marachella da mattacchione. Che credibilità può avere agli occhi dei cittadini un capo di governo che prima vieta categoricamente (e prevede l'arresto per) la prostituzione e poi si circonda di ragazzine prezzolate nelle sue ville? Da fine aprile in poi ne sono successe di cotte e di crude: la sentenza Mills, il divorzio da Veronica, il caso Noemi, ora l'inchiesta di Bari. Berlusconi stesso è nervoso, preoccupato, come ha dimostrato in occasione della visita ad Obama, in cui è rimasto zitto e fermo a pendere dalle labbra del presidente americano. Tutt'altro che il successo di cui parlano i suoi galoppini: i video su YouTube dimostrano che mentre Obama parlava, Berlusconi taceva, evitando anche di sorridere. Successo internazionale? Io non credo proprio. Piuttosto, strategia di leccaculismo diplomatico. D'altronde Silvio era abituato, con Bush, a fare il tappetino, fino a mandare migliaia di nostri soldati in Iraq solo per far contento il guerrafondaio texano (che Berlusconi continua a definire 'un grande presidente', al contrario di ciò che pensa tutto il resto del mondo).
A proposito di politica internazionale, poi, come dimenticare la memorabile visita a Roma di Gheddafi, che prima si presenta ai fotografi con una foto anti-italiana vecchia di 60 anni, poi fa aspettare Fini per due ore (e Fini lo ha mandato a cagare, sacrosanto), infine ci catechizza su quanto siamo fortunati ad avere al governo Berlusconi e non la sinistra (dichiarazioni subito riportate entusiasticamente dal Tg1, vergognoso come mai nella sua storia).
Non stupisce più la faziosità e la mancanza di etica dell'informazione televisiva: ormai ci siamo abituati, anche se negli ultimi anni il peggioramento della qualità dei telegiornali è stato a dir poco tangibile. Stupisce, piuttosto, l'esiguità della fetta di italiani che non credono nella televisione; stupisce il modo in cui Berlusconi e la Lega hanno conquistato la classe operaia (complice una sinistra assolutamente inetta); stupisce il modo in cui il Pdl affascina decine, centinaia di giovani di ogni età e di ogni titolo di studio. E' questo che è preoccupante. Sentire il deejay che in discoteca inneggia a Papi Silvio, seguito da un boato di ammirazione, preoccupa più delle immagini del premier che stringe le mani a tutti, e che viene lodato dai passanti. Se tutto ciò è successo, non dobbiamo dare soltanto la colpa a lui, né a Craxi, né ad altri. Se si deve cercare un colpevole, non c'è che da guardarsi allo specchio.

giovedì 30 ottobre 2008

Nel mondo del Re Sole


E' imbarazzante dover seguire gli avvenimenti di questi giorni con il solito metro di giornali e telegiornali italiani. Solo qualche giorno fa, un presidente emerito della Repubblica italiana come Francesco Cossiga - che aveva peraltro già dato modo in passato di farci dubitare della sua sanità mentale - in un'intervista ha ricordato i bei tempi degli anni '70, quando da ministro dell'Interno mandava agenti provocatori tra gli studenti che manifestavano, per poi massacrarli tutti dopo averli lasciati liberi e felici a distruggere vetrine e palazzi. Giusto oggi - o ieri, è passata la mezzanotte - i suggerimenti di Cossiga si sono magicamente tramutati in realtà. Eccoli, gli agenti provocatori, in piazza Navona. Travestiti da studenti del Blocco Studentesco, coperti da caschi e passamontagna e con mazze avvolte da bandiere tricolori in mano. Fossimo ancora negli anni '20, questi buzzurri si chiamerebbero squadristi. Ora siamo nel 2008, e si chiamano estremisti di destra. Coloro che attaccati da un'infame violenza - una volta si sarebbero chiamati manifestanti inermi - cercano di difendersi utilizzando il primo oggetto che trovano davanti (in questo caso alcune sedie) si chiamano estremisti di sinistra. Allo stesso livello, sia chi arriva in piazza armato per picchiare, sia chi si difende. Nessuna distinzione.
Si voleva evidentemente arrivare a questo per screditare un movimento studentesco come non se ne erano mai visti. Quello del '68 era ideologizzato, e lottava anche contro i professori. Quello del '77 era violento e anch'esso politicizzato, e vide studenti ed operai sulla stessa linea, partorendo il terrorismo. Questo non è un movimento normale. Non ci sono violenti. Ci sono studenti di tutte le età, professori di tutte le scuole, non ci sono partiti (anche perché il Pd è lontano anni luce da questi ragazzi). Servivano, e servono gli episodi di violenza, come ha suggerito Cossiga, per poter giustificare la repressione che verrà, per queste proteste come per quelle che verranno.
Gli studenti sembrano decisi a continuare, ad oltranza. Ma arriverà, tra un giorno, una settimana, un mese, il momento in cui tutto arriverà alla fine. Uno studente, e poi un altro, e poi un altro ancora inizieranno a pensare che forse questa è una battaglia destinata ad essere persa, ed abbandoneranno il campo. O peggio, i loro genitori li convinceranno che forse non è il caso di prendersi una manganellata per qualcosa che non riusciranno mai a cambiare. Perché se Beppe Grillo ha come grido di battaglia "Loro non molleranno mai, noi neppure", la verità è che fino ad ora, gli unici a non mollare sono loro. Come stanno dimostrando con la politica dei decreti, che ha totalmente eroso l'utilità del Parlamento. Come stanno dimostrando con la Commissione di Vigilanza Rai, con Orlando che aspetta da mesi di essere eletto alla presidenza (ma qualcuno vuol scommettere che finché il candidato non cambia la Vigilanza resta senza presidente?). Come dimostreranno con la legge elettorale per le europee, in cui le preferenze verranno abolite in modo che Berlusconi possa mandare in Europa solo i suoi uomini più fidati.
Qualche giorno fa, nella redazione di Leggo si discuteva sulla pessima situazione di questo paese. Prima di Mani Pulite c'erano i ladri, che però almeno si preoccupavano di dare dell'Italia un'immagine internazionale decente. Ora c'è gente che stimola grasse risate ai nostri coetanei spagnoli, tedeschi, francesi. Un ministro che fino a cinque anni fa faceva i calendari senza veli. Più di venti parlamentari pregiudicati. Un presidente del consiglio che racconta le barzellette e cambia le leggi a suo uso e consumo per salvarsi dai processi. Un presidente del Senato ex socio di affari di alcuni mafiosi. Un presidente della Camera che va a tuffarsi in aree protette e con divieto di balneazione. Una compagnia di bandiera svenduta a quattro lire ad un gruppetto di amici del premier, con trattativa privata. Tutte le televisioni che cantano i successi del governo. Il premier che chiede agli industriali di non comprare più spot sul servizio pubblico "perché diffonde ansia e pessimismo", suggerendo invece di comprarli dalla concorrenza, che per puro caso è anche la sua azienda di famiglia. Un ministro dell'Istruzione che chiede di ripristinare la meritocrazia, sette anni dopo aver percorso 900 km per sostenere l'esame di avvocato in una sede dove venivano tutti promossi, anziché farlo nella sua provincia dove per essere promossi bisognava studiare.
Meglio non continuare. Per chi ha la mia età le consolazioni sono già poche per affogare definitivamente nell'eccessivo pessimismo. Personalmente, mi piace pensare di essere fortunato, perché tra molti anni potrò raccontare anch'io, come i miei nonni, di aver vissuto sotto una dittatura. Perché diciamocelo chiaramente, questa Italia in cui ci troviamo, come definirla se non una vera e propria dittatura?

sabato 13 settembre 2008

Berlusconi IV: Mariastella Gelmini


Quando Letizia Moratti diventò ministro dell'Istruzione e stravolse la scuola con una riforma insensata, in molti pensarono che si stesse toccando il fondo, anche se la riforma fu studiata in nome dell'"innovazione". A quanto pare, con il Berlusconi IV e il nuovo ministro Mariastella Gelmini, si sta provvedendo a raschiare il fondo.

Questa 35enne avvocatessa bresciana, militante di Forza Italia fin dalla tenera età di 21 anni - gioventù bruciata - nel suo curriculum politico vanta grandiosi successi come la cacciata da presidente del consiglio comunale di Desenzano del Garda per inoperosità e, soprattutto, del progetto di legge, presentato lo scorso febbraio, "per la promozione e l'attuazione del merito nella società, nell'economia e nella pubblica amministrazione". Parole sante, se non fosse che, come ha scritto il Corriere qualche giorno fa, la paladina del merito nel 2002 emigrò a Reggio Calabria per il suo esame di Stato, perché la sua famiglia "era povera ed avevo bisogno di lavorare".

Tra i veri meriti e successi della Gelmini, scherzi a parte, la solerzia e fedeltà con cui è stata membro della giunta per le autorizzazioni a procedere, del comitato parlamentare per i procedimenti di accusa e della II commissione giustizia nella scorsa legislatura. Tra i suoi memorabili discorsi in aula, la condanna delle intercettazioni ("«Bancopoli», «calciopoli», «vallettopoli», oltre che rappresentare macroscopiche falle e storture del sistema Italia, sono soprattutto patologiche manifestazioni di un sistema infetto dalla costante violazione del diritto di ognuno alla propria riservatezza, in nome di una non meglio delineata (??) verità da dimostrare"), la difesa a spada tratta di Sgarbi dopo uno dei suoi violenti attacchi alla magistratura e poco altro e il tentativo di diminuire le pene per alcuni tipi di reati ambientali. Un curriculum di tutto rispetto per chi vuole diventare ministro, altro che Mara Carfagna.

Ma a proposito di dicastero. La Gelmini nel giro di qualche mese è riuscita nell'arduo compito di riportare la scuola italiana indietro di cinquant'anni, con il ripristino del voto in condotta e del maestro unico e la ridicola proposta di far tornare obbligatorio il grembiule per gli studenti (sarà rimasta affascinata da qualche college movie americano), e di far scendere in piazza una categoria, quella dei docenti, solitamente non incline a gesti così eversivi. In nome del sacro concetto dei "tagli", rischiano di restare a casa migliaia di docenti, precari e non. Come ha detto Gian Antonio Stella qualche settimana fa, si può anche parlare (e agire) di grandi valori come la meritocrazia, ma bisognerebbe anche avere la dignità per farlo, in un'epoca in cui chi predica bene razzola sempre malissimo.

sabato 19 luglio 2008

Il Re Sole

Riporto alcuni frammenti di un articolo di Alexander Stille, dal titolo "L'ossessione di Luigi XIV", pubblicato su la Repubblica dello scorso 14 luglio.

Che peso dare all'ultima tornata di scandali, un turbine di intercettazioni, voci, pettegolezzi piccanti? Sarebbe facile liquidarli come giornalismo scandalistico, sensazionalismo o una questione di stile e buon gusto: Sabina Guzzanti ha esagerato con quell'appellativo riferito alla Carfagna? Per Berlusconi non è che gossip e spazzatura. Però spulciando con attenzione il caos di rivelazioni e frammenti di informazioni e intercettazioni, si scopre tutta una serie di problematiche fondamentali. identificative dell'Italia di oggi, che riguardano lo stato di diritto, la responsabilità del potere.Ma anche gli infiniti conflitti di interesse creati dalla presenza di Berlusconi in politica, e il quadro della vita politica nazionale di un grande paese ridotta ad estensione del potere personale di un singolo individuo. (...)
Tanto per cominciare le intercettazioni, comprese quelle "piccanti" di cui non si fa che parlare, nascono da un fatto di estrema gravità: i rapporti scorretti tra Agostino Saccà, responsabile di Rai Fiction e Berlusconi nel suo ruolo di proprietario di Mediaset, principale concorrente della Rai. (...)
Ringraziando Saccà per i numerosi piaceri, Berlusconi, stando a quanto riportato, ha detto: «Ti contraccambierò quando sarai libero imprenditore».
Questo è l'esempio perfetto di quel conflitto di interesse che molti di noi paventarono nel momento in cui Berlusconi entrò in politica: l'uso del grande potere che gli deriva dalla ricchezza per distorcere la funzione di governo, per corrompere un funzionario pubblico affinché si presti ai suoi fini invece di fare il proprio dovere. L'ammissione da parte di Berlusconi che il fine era far cadere un governo con mezzi impropri basterebbe da sola, in un paese normale, a escludere Berlusconi dalle cariche pubbliche, ma gli italiani, sordi al problema del conflitto di interessi, ancora una volta si sono fidati, fiduciosi che avrebbe anteposto il progresso del paese agli interessi personali, fiducia che alla luce di una serie di leggi ad personam e dell'attuale pasticcio si è dimostrata per l'ennesima volta illusoria. (...)
Torniamo un attimo alle origini della soap opera che ha per protagonista Mara Carfagna: Berlusconi in Tv dichiara esplicitamente il suo interesse sessuale per lei: «Se non fossi già sposato, la sposerei subito». In ultima analisi non è importante se Berlusconi sia riuscito nei suoi intenti, e se la Carfagna sia una delle donne delle intercettazioni. In una democrazia normale, ci si aspetta che l'incarico di parlamentare o di ministro sia assegnato a persone di grandi qualità (non direi le più qualificate, la politica è politica ovunque), ma è logico attendersi un altissimo livello di professionalità. Candidare al Parlamento e assegnare un ministero ad una trentaduenne ex pin-up la cui principale qualifica è chiaramente l'attrazione sessuale del premier nei suoi confronti significa farsi beffe del concetto di governo rappresentativo. Per la parlamentare accettare un ruolo di potere dopo esser stata corteggiata apertamente in televisione significa sacrificare ogni diritto alla privacy. Introdurre la propria vita sessuale nella sfera pubblica è una caratteristica saliente del politico Berlusconi. «Ho avuto una fidanzata turca», dice di fronte ad una delegazione turca. Fa battute sull'avvenente premier danese e la moglie Veronica. Si vanta con la stampa francese delle sue amanti d'oltralpe. Dice di essersi sacrificato a fare il dongiovanni con il primo ministro finlandese, una donna bruttina. Parla con gli investitori a Wall Street delle "belle segretarie". Nell'ultima campagna sbandierava la maggiore avvenenza delle donne del Popolo della Libertà rispetto a quelle del centrosinistra. (...)
Fa scalpore per un attimo che nel press kit della Casa Bianca, anche sotto l'amica amministrazione Bush, ci si riferisca a Berlusconi poco rispettosamente come a un "politico dilettante" in un "paese noto per la corruzione". Ma è segno della profonda mediocrità e del provincialismo dell'Italia di Berlusconi in cui grazie a una stampa ampiamente controllata e accomodante le gaffe del premier vengono minimizzate, o celate o non mostrate in Tv, che la maggior parte degli italiani vive nell'illusione che Berlusconi goda di vasto rispetto oltreoceano, quando invece è considerato pressoché universalmente un buffone. Non è semplicemente una questione di stile. Il profondo sessismo e la misoginia sono entrambi specchio di una società in cui le donne hanno pochissimo potere, e l'Italia è agli ultimi posti quanto a presenza delle donne in politica e nella forza lavoro. (...)
Berlusconi ha cambiato la legge elettorale italiana, contro la volontà degli italiani espressa in un referendum, per tornare ad un sistema proporzionale imponendo il potere quasi assoluto dei segretari di partito sui candidati al Parlamento. Non era solo la maniera perfetta per perpetuare il sistema delle "caste" in Italia, ma dava a Berlusconi la facoltà di mettere in Parlamento chi volesse, riducendo il ruolo del parlamentare a quello di un mero dipendente. Il risultato è una Deborah Bergamini, ex assistente personale di Berlusconi cacciata dalla Rai perché nell'esercizio delle sue funzioni pubbliche eseguiva gli ordini del suo ex capo. La punizione? Una liquidazione di più di 350.000 euro e un seggio in Parlamento. L' Italia è in teoria una democrazia parlamentare, ma sotto Berlusconi il Parlamento è stato svuotato di ogni reale significato. Non è che un timbro di gomma per avallare le decisioni del capo. (...)
Questa totale confusione tra pubblico e privato rispecchia la visione berlusconiana dello "stato patrimoniale", come lo definì Giuliano Ferrara, in cui tutto e tutti appartengono a Berlusconi. Ai tempi di Luigi XIV, non c'era distinzione tra pubblico e privato. La corte assisteva nella stanza da letto del re alla vestizione e a molte funzioni corporali del sovrano. Ma il motto di Luigi XIV "L'etat c'est moi" era in realtà un passo avanti rispetto all'anarchia feudale e implicava pur sempre un concetto di Stato. Quello di Berlusconi è ancor più primitivo, più vicino alla frase "E' tutta roba mia". Ragione di più perché le intercettazioni siano pubblicate e analizzate in tutte le loro implicazioni. Chi decide quali nastri siano 'irrilevanti' e meramente personali quando il meramente personale e il politico sono inesorabilmente interconnessi?