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venerdì 25 settembre 2009

Annozero: fuoco di sbarramento

Dopo la puntata di ieri sera di Annozero, i politici di tutti gli schieramenti si sono divertiti a commentare quella che per loro si è trattata di una vergogna, di informazione faziosa, eccetera eccetera. Insomma, le solite critiche a Santoro, mosse da chi spesso Annozero non lo guarda nemmeno. E infatti il leit motiv di queste dichiarazioni, delle quali vi riporto le più interessanti , è quasi sempre il "non ho visto la puntata ma dai commenti che ho letto la posso immaginare".

Ore 13.09. CICCHITTO (PDL) - «Dopo questo avvio del talk show della Rai possiamo misurare fino in fondo quanto sono bugiardi coloro i quali convocano per il 3 ottobre una manifestazione a difesa della libertà di stampa che sarebbe conculcata dal centro-destra». Lo afferma il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto. «Annozero rimane una trasmissione faziosa, contraddittoria con la natura del servizio pubblico. La prima trasmissione della nuova serie è stata costruita dall'inizio alla fine da Santoro per attaccare e diffamare Berlusconi. Travaglio può parlare in diretta televisiva senza contradditorio: si tratta di una operazione assolutamente inaccettabile sulla quale va richiamata l'attenzione del direttore generale della Rai, del Consiglio di Amministrazione e della Commissione di Vigilanza. Ci troviamo di fronte allo stravolgimento totale del senso di equilibrio che dovrebbe caratterizzare le trasmissioni della Rai. Detto ciò, risulta in modo assai evidente che la manifestazione del 3 ottobre si fonda su un falso. Infatti, a parte Annozero, quasi tutti gli altri talk show della Rai sono anch'essi politicamente orientati, anche se non raggiungono la faziosità ineguagliabile e irraggiungibile della trasmissione di Santoro». «D'altra parte, nessuno può sostenere che i principali quotidiani italiani sono favorevoli al Governo o al centro-destra. Allora da tutto ciò emerge che la manifestazione del 3 ottobre si fonda su una grande bugia».
Ore 13.11. CAPEZZONE (PDL) - «Chiunque abbia occhi per vedere e orecchie per sentire ha compreso bene che la puntata di ieri sera di Annozero aveva un obiettivo: aggredire Silvio Berlusconi per un verso, e Vittorio Feltri e Il Giornale per altro verso». Lo dice Daniele Capezzone, portavoce del Popolo della Libertà… «Tutta la 'drammaturgia' del programma, la sequenza di 'contributi', i 'montaggi' erano volti a quel risultato. E sarebbe questa la funzione del servizio pubblico?».
Ore 15.50. LAINATI (PDL) - «L?ossessione di Cuillo e dei suoi compagni della sinistra Š sempre la stessa, vedono nei rappresentati della maggioranza fantomatici censori della libert… di stampa», dice il vicepresidente della Vigilanza Giorgio Lainati (Pdl) rispondendo a Roberto Cuillo (Pd) su Annozero. «E? la classica strategia dei militanti della sinistra che - secondo Lainati - per nascondere la faziosit… e l?illiberalit…, conclamata da anni, di Santoro e di Travaglio, personaggi che usano il servizio pubblico come una loro propriet… privata, facendo quello che vogliono al di fuori di qualsiasi norma di rispetto, di pluralismo e del contraddittorio, elementi fondamenti per poter parlare di libert… di informazione». «Cuillo - conclude Lainati - Š da tempo uno specialista della difesa d?ufficio di tutti i programmi sfacciatamente antigovernativi e di parte che il servizio pubblico manda in onda».
Ore 16.03. RAO (UDC) - L'attesa spasmodica, le polemiche e perfino una certa martirizzazione di Santoro nelle scorse settimane hanno certamente amplificato il clamoroso risultato ottenuto da Annozero in termini di ascolti. Insomma, tanto tuonò che piovve«. È il commento del deputato dell'Udc Roberto Rao, capogruppo centrista in commissione di Vigilanza Rai, ai dati audience di Annozero. »Chi ha scelto Annozero - prosegue Rao - sapeva di guardare un programma scomodo e dichiaratamente fazioso, che ha aggiunto all'indiscussa capacità televisiva di Santoro una buona dose di provocazioni, con qualche punta un pò troppo oltre il limite del buongusto«. »Di certo - aggiunge Rao - non è mancato il contraddittorio tra le parti, franco e senza censure: un ingrediente che non dovrebbe mai mancare in questi programmi e che i telespettatori dimostrano sempre di apprezzare e premiare«.
Ore 17.13. ROMANI (PDL, VICEMINISTRO COMUNICAZIONI) - «Assistiamo ad un progressivo imbarbarimento del servizio pubblico». Lo ha affermato il vice ministro delle Comunicazioni, Paolo Romani, commentando Annozero. «Ho avuto l'impressione - ha spiegato Romani - di una trasmissione dove gli argomenti venissero trattati da un demagogismo d'assalto e di maniera». «Mi sembra - ha proseguito - una trasmissione tendenzialmente inutile. Per di più avrebbe dovuto raccogliere un ascolto pazzesco, invece sembra sia stata battuta da un programma con altre velleità». Romani ha quindi escluso una sua partecipazione ad 'Annozerò: «Santoro è difficile che mi inviti perchè mi ha fatto una causa qualche anno fa quando l'ho definito killer mediatico. Causa che ha perso e ha dovuto anche pagare il mio avvocato. Quindi è difficile che mi inviti».
Ore 17.13. MERLO (PD) - «Abbiamo sempre sostenuto e detto che il pluralismo nella Rai c'è se la censura non esiste, se le notizie non si nascondono e, di conseguenza, se tutte le trasmissioni vengono regolarmente mandate in onda. Così, ci pare, è stato è sino ad oggi, seppur tra molte difficoltà», dice Giorgio Merlo (Pd), vice Presidente della Vigilanza. «Purtroppo, però - secondo il parlamentare - oggi il pluralismo nel servizio pubblico radiotelevisivo è un confronto continuo tra l'adulazione acritica verso il potere e la faziosità e il settarismo eretti a sistema. Una domanda è d'obbligo: è questo il tanto decantato pluralismo del servizio pubblico? Se così è, ci dobbiamo rassegnare per il futuro ad uno scontro tra faziosità. Con tanti saluti all'informazione libera ed imparziale».
Ore 17.20. LEONE (PDL) - «Siamo rimasti allibiti dinanzi allo spettacolo di Santoro che fa della Rai una rete di parte e raccogliamo anche il mugugno e la protesta dei cittadini contro questo modo di far televisione», dice Antonio Leone (Pdl), vicepresidente della Camera dei Deputati.
Ore 17.20. CASOLI (PDL) - «La tv pubblica è una televisione che per sua natura deve essere al di sopra delle parti. Lo spettacolo di Santoro di ieri sera contraddice in maniera plateale la ragion d'essere della Rai»: è il giudizio del senatore Francesco Casoli (Pdl) sulla prima puntata di Annozero.
Ore 17.23. VALDUCCI (PDL) - «Purtroppo per Annozero libertà di stampa viene intesa come libertà di fango, possibilità dare addosso a Silvio Berlusconi e alla sua maggioranza senza alcun ritegno», dice il Presidente della Commissione Trasporti Poste e Telecomunicazione Mario Valducci (Pdl) in relazione alla prima puntata di Annozero. «Che tutto questo avvenga nella rete pubblica, pagata col canone di tutti i cittadini - aggiunge - pone degli interrogativi ancora maggiori. Del resto il clichè della sinistra è sempre lo stesso, antiberlusconiana, anti italiana, antipopolare».
Ore 17.33. SALTAMARTINI (PDL) - «Il solito, isterico processo a Berlusconi, orchestrato per lo più senza contraddittorio, con attacchi di carattere personale, molta confusione e approssimazione, e un unico risultato: imbarbarire il confronto politico». Lo dice la deputata Barbara Saltamartini, responsabile delle Pari opportunit… del PdL che aggiunge: «'Annozerò ci ha confermato ieri sera che in Italia non solo esiste un'ampia liberta di informazione ma anche di diffamazione».
Ore 17.52. ROMANI (PDL, VICEMINISTRO COMUNICAZIONI) - «Siccome siamo liberali non possiamo cacciare via nessuno». Lo ha detto il viceministro della Comunicazione, Paolo Romani, commentando la trasmissione Annozero di ieri. Romani ha quindi criticato Annozero spiegando che è la trasmissione di chi si sente autorizzato a fare opposizione: «finirà - ha concluso - prima o poi anche questa storia».
Ore 17.54. GASPARRI (PDL) - «Ad Annozero è andata in scena la solita becera faziosità che non meraviglia più nessuno. Il suo conduttore, con penosa auto referenzialità, prima piange e poi...». Lo dice il presidente dei senatori Pdl Maurizio Gasparri. «Ne torneremo a parlare quando ad Annozero - continua Gasparri - si parlerà di qualcosa di veramente scandaloso come le inchieste sulla sanità a Bari, di Tedesco e dei rapporti con D'Alema e la sinistra. Ma questo servizio alla libera, completa e corretta informazione non lo vedremo mai dagli eredi di TeleKabul».
Ore 18.58. SANTELLI (PDL) - «Nessuna novità sotto il sole di Annozero: Travaglio e Santoro hanno recitato la loro solita parte, quella a cui ci hanno abituato. E questa - si chiede Jole Santelli (Pdl), Vice Presidente della Commissione Affari Costituzionali e membro della Commissione di Vigilanza - sarebbe l'informazione 'controllatà dal centrodestra? Esiste per caso una trasmissione del servizio pubblico faziosa come Annozero?». «Viene da chiedersi - aggiunge - se per caso non sarebbe più democratico garantire un contraddittorio ai monologhi di Marco Travaglio, e se la tv pubblica, pagata dal contribuente, non dovrebbe per caso informare in maniera più equilibrata». «Ieri sera nelle case degli italiani, opportunamente influenzati dalla campagna di stampa che ha preceduto la messa in onda di Annozero, è entrata l'aggressione, la calunnia, la demagogia e certo non l'informazione».
Ore 18.13. BUTTI (PDL) - «Annozero, anche ieri sera, si è contraddistinto per il solito stile di giornalismo violento». È quanto dichiara il capogruppo Pdl in commissione di Vigilanza Rai, Alessio Butti. «La puntata scorsa è stata una ulteriore conferma - aggiunge Butti - che solo nel servizio pubblico italiano c'è un conduttore a priori contro qualcuno o qualcosa, e guarda caso sempre contro il centrodestra e contro il presidente Berlusconi. Occorre, come già ho fatto presente in commissione di Vigilanza, un contraddittore vero ai vari opinionisti di turno. E su questo condivido l'analisi del Direttore generale. Detto ciò, chiediamo a Masi non di chiudere le trasmissioni o gli approfondimenti che sono antigovernativi 'a prescinderè, ma di aggiungere altre voci - conclude Butti -, di indirizzo contrario. Perchè se la Rai deve essere l'azienda che fa della pluralità uno dei suoi capisaldi allora deve dare voce a tutti in modo adeguato».
Ore 19.01. FALLICA E VICECONTE (PDL) - «Dopo aver alzato un polverone attaccando Berlusconi e i dirigenti Rai al solo scopo di pubblicizzare il suo programma, Michele Santoro ci ha dato ieri sera l'ennesima dimostrazione della sua faziosità e del suo odio nei confronti del Presidente del Consiglio. Non è più ammissibile che i soldi che i cittadini versano alla Rai vengano utilizzati per finanziare trasmissioni che hanno come unico scopo quello di attaccare in modo violento e calunnioso le istituzioni democraticamente elette. Se Santoro vuole continuare con i suoi processi ideologici vada via dalla Rai e cerchi qualcuno disposto a ospitare le sue prediche e le accuse diffamatorie del suo degno compare Travaglio».Lo afferma Pippo Fallica del Pdl. «È davvero assurdo che gli italiani debbano pagare il canone per assistere a una trasmissione di partito. Per l'ennesima volta- aggiunge Guido Viceconte, altro esponente del Pdl- Santoro ha proposto una puntata faziosa, aggressiva e incompleta che viola le più elementari regole del servizio pubblico. L'ex parlamentare dei DS Michele Santoro si è ormai impadronito dei palinsesti Rai e si è messo al disopra delle regole del buon gusto, dell'obiettività e del rispetto. Fino a quando gli italiani dovranno subire questa prevaricazione?», conclude.
Ore 19.16. BALBONI (PDL) - «A tutti quei soloni che il 3 ottobre manifesteranno per difendere la libertà di stampa vorremmo dire che la fiera dell'insulto e della diffamazione andata in scena nella prima serata di Annozero è la migliore dimostrazione che in Italia non solo non esiste alcun bavaglio ai giornalisti, ma ce ne sono alcuni che impunemente possono dire qualsiasi cosa contro chiunque»: lo dice il senatore Alberto Balboni del Pdl che sottolinea come «Santoro ieri ha fatto uno spot contro la manifestazione del 3 ottobre, perchè ha dimostrato di poter infamare a suo piacimento senza censura e senza limiti».
Ore 19.34. SCAJOLA (PDL, MINISTRO SVILUPPO ECONOMICO) - «È ora di finirla. È l'ennesima puntata di una campagna mediatica basata sui pruriti, sulla spazzatura, sulla vergogna, sull'infamia, sulle porcherie» È questo il commento del ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola alla puntata andata in onda ieri sera del programma Annozero. Scajola annuncia: «Convocherò i vertici della Rai per verificare se trasmissioni come Annozero rispettino l'impegno, assunto dalla Rai nel contratto di servizio, a garantire un?informazione completa e imparziale».
Ore 19.37. SCAJOLA (PDL, MINISTRO SVILUPPO ECONOMICO) - «La televisione non può sostituire le aule dei tribunali soprattutto quando la magistratura non ha rilevato alcun elemento per aprire inchieste sul presidente del Consiglio. Stiamo attraversando una stagione di veleni che sconcerta i cittadini. Queste aggressioni sono la risposta disperata alla politica del fare del Governo Berlusconi, nell'illusione di sovvertire il risultato elettorale. La politica non può arrendersi a questa logica». Lo ha detto il ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola a proposito alla puntata andata in onda ieri sera del programma Annozero. Per questo, ha annunciato Scajola «convocherò i vertici della Rai».
Ore 20.24. AMATO (PDL) - «Non è ammissibile che la Rai diventi il palcoscenico per improbabili tribuni del popolo che senza freni e senza inibizioni possano lanciare i loro strali contro il nemico di turno»: lo dice il senatore Pietro Paolo Amato (Pdl), componente della Comissione di Vigilanza Rai. «Questo, da un lato dimostra che non esiste alcun rischio per la libertà di stampa, ma allo stesso tempo impone una riflessione sul servizio pubblico - aggiunge -. Trasmissioni come Annozero confermano quanto la faziosità vanifichi il ruolo della Rai, che è quello di servizio pubblico. In nessun paese del mondo la tv di Stato è sistematicamente contro il governo, un atteggiamento che alla fine pesa anche sulle scelte degli stessi cittadini. Infatti, come non vedere un nesso tra la grande sacca di evasori e questi programmi che creano disaffezione nei telespettatori, ripercuotendosi sulle stesse finanze dell'Azienda. Per questo vorrei rinnovare l'invito agli esponenti del Pdl di non andare come ospiti ad Annozero, evitando di fare gli inutili spettatori dell'ennesimo giostra antiberlusconiana», conclude Amato.

martedì 15 settembre 2009

Questo sì che si chiama Regime



Tutto iniziò quindici anni e mezzo fa. Nel periodo più buio della storia dell'Italia, tra stragi di mafia, inchieste e tangenti, un uomo si affacciò alla finestra della politica italiana. Il Paese aveva imparato a conoscerlo tramite le sue televisioni, i suoi supermercati, le sue aziende, la sua squadra di calcio, ed impazziva letteralmente per questo imprenditore 57enne, autentico simbolo vincente. Nessuno immaginava i mezzi da lui usati per arrivare così velocemente al successo, neppure gli uomini a lui più vicini. Silvio Berlusconi scese in campo "per un nuovo miracolo italiano", riprendendo le parole di Oscar Luigi Scalfaro che aveva elogiato un'Italia che si stava risollevando dopo un bruttissimo biennio. Già allora, però, qualcuno urlò contro quello che sembrava un grosso pericolo per la democrazia: Indro Montanelli, direttore del quotidiano di punta della famiglia Berlusconi, quel Giornale da lui fondato vent'anni prima, scrisse chiaramente che non era opportuno che un editore facesse politica senza vendere i suoi giornali e le sue televisioni. Soprattutto considerando il fatto che la Fininvest da lui controllata aveva tecnicamente il monopolio della tv commerciale, e che se avesse voluto avrebbe piegato in quattro e quattr'otto anche la televisione pubblica. "Il giorno in cui disporrà di sei reti tv, tre di proprietà e tre della Rai - scriveva Montanelli - gli sarà facile farci vedere la luna a mezzogiorno e il sole a mezzanotte. Prepariamoci a cinque anni di regime: perché, più che un governo, quello del Cavaliere sarà un regime". Dalle televisioni della Fininvest arrivarono attacchi durissimi al direttore del Giornale. Emilio Fede chiese le sue dimissioni in diretta sul Tg4, Sgarbi, nella sua rubrica Sgarbi quotidiani, gli diede del "fascista" e del "vecchio rincoglionito". Fu lì che la maggior parte dell'Italia fece finta di non vedere: se, davanti a quegli attacchi dei due "scherani" del Cavaliere - come li definì Montanelli - gli italiani si fossero resi conto di ciò che poteva diventare il nostro Paese con l'informazione in mano ad un uomo solo, ora forse non saremmo a questo punto.
Andò al governo nel 2001, e dopo aver preso in mano la Rai ebbe gioco facile a far cacciare le voci dissonanti. Enzo Biagi, Michele Santoro, Daniele Luttazzi, Sabina Guzzanti furono presi a pedate e mandati via dalla televisione in cui lavoravano, e sostituiti con altri pseudoprofessionisti (Pierluigi Battista, Giovanni Masotti, Daniela Vergara, Clemente Mimun) che non riuscirono mai a raggiungere i loro stessi risultati in termini di ascolti, provocando dunque un danno enorme alla Rai a vantaggio, ovviamente, di Mediaset. Uno spettacolo di Paolo Rossi fu mandato in onda solo per metà perché ritenuto "pericoloso". Massimo Fini fu prima chiamato per una trasmissione e poi subito mandato via perché su di lui c'era "un veto arrivato da molto in alto" (parola di Antonio Marano, ex direttore di Raidue e ora vicedirettore generale Rai). Oltre a questi, una lunga lista di censure grandi e piccole, che servivano a colpire le voci dissonanti nel buon nome del governo. La televisione in chiaro, nel frattempo, perdeva un enorme massa di telespettatori a vantaggio di Sky, cresciuta vertiginosamente nel numero degli abbonati. La tv di regime non riuscì però a mascherare abbastanza bene gli insuccessi del governo, tanto che il centrodestra perse tutte le elezioni dal 2002 in poi, fino alle politiche del 2006, un sostanziale pareggio raggiunto anche grazie all'ingenuità del centrosinistra.
Nel 2006 arrivò Prodi, che anzichè cambiare la legge elettorale per raggiungere una vittoria vera (la maggioranza al Senato era di soli tre voti), decise inopinatamente di andare avanti: la prima iniziativa del suo governo fu però disastrosa, un indulto di tre anni che segnò il baratro nella fiducia nell'esecutivo. Dopo l'indulto, sventolato tra l'altro dal centrodestra come simbolo degli insuccessi di Prodi (nonostante fosse stato voluto e votato anche da Forza Italia, Udc e pezzi di Alleanza Nazionale, principalmente per salvare Previti dal carcere), arrivarono mille problemi. Dalle inchieste a Mastella alle bizze dell'estrema sinistra, fino ai capricci di Dini e Bordon, peraltro motivato da qualche offertina arrivata alla moglie attrice (come si scoprirà qualche mese dopo). Quando, un anno e mezzo fa, il ministro della Giustizia più indagato della storia dei Paesi occidentali si dimise per stare vicino alla sua famiglia e dopo qualche giorno fece cadere il governo (ripagato quest'anno da una bella candidatura in Europa con l'ex nemico Silvio), era scontato che sarebbe stato Berlusconi a tornare a Palazzo Chigi. Come era scontato, per chi non crede alle favole, che avrebbe messo tutto il suo impegno nel cercare di zittire tutte quelle voci contro che nel frattempo erano tornate in televisione (nella fattispecie, due: Santoro e Marco Travaglio). Invece si diceva che non lo avrebbe fatto, che era diventato uno statista e che stava lavorando sulla sua immagine per potere, un giorno, salire al Quirinale.
E invece negli ultimi mesi abbiamo assaggiato, e stiamo continuando ad assaggiare, tutto il potere mediatico berlusconiano, nel sostanziale silenzio di quelle istituzioni che dovrebbero essere super partes, ma che in realtà pensano soprattutto a difendere la propria poltrona. Corte Costituzionale a parte (che il 6 ottobre dovrà decidere sulla sorte del Lodo Alfano e su cui personalmente non nutro grandi speranze), ogni tipo di Authority ha taciuto colpevolmente su alcuni episodi che definire inquietanti è dir poco. Dopo l'inizio della battaglia di Repubblica partita con la partecipazione del premier ad una festa di compleanno di una diciottenne (che ora, grazie a quella storia, si atteggia a grande diva) e proseguita con le inchieste sull'imprenditore-pappone che aveva portato decine di prostitute a Palazzo Grazioli (capisco che la parola escort va più di moda, ma chiamarle prostitute fa più effetto) grazie soprattutto alla testimonianza di una di loro, Patrizia D'Addario (e anche lei, ora, si atteggia a grande diva), i contrattacchi delle novelle camicie nere si sono fatti attendere, ma alla fine sono arrivati.
Innanzitutto, Vittorio Feltri. Tornato al Giornale dopo qualche anno di assenza (nel frattempo aveva fondato un altro quotidiano, Libero, ora lasciato in comodato d'uso a Maurizio Belpietro), Feltri ha subito messo le cose in chiaro, ricordando le istruzioni che il padrone aveva usato anni e anni fa, prima di cacciare Montanelli dal suo Giornale. "Non dobbiamo usare il fioretto, dobbiamo usare il mitra", aveva detto Berlusconi all'assemblea di redazione del Giornale alla fine del 1993, all'insaputa di Montanelli. E dopo quasi sedici anni Feltri, stipendiato più o meno quanto il fantasma Ronaldinho, ha imbracciato il mitra ed ha iniziato a mirare. "Iniziamo da Dino Boffo", ha scritto qualche settimana fa, facendo capire che la lista è ancora lunga e che chi continuerà a dare fastidio verrà colpito senza pietà. Dopo Boffo, ora, è il turno di Fini, sul quale veleggia l'ombra di un presunto "dossier a luci rosse" del 2000, tenuto nel cassetto fino ad ora ma che, chissà, potrebbe venire fuori da un momento all'altro.
In secondo luogo, ma sicuramente non meno importante, la televisione pubblica. La Rai, nelle ultime settimane, sta tirando la corda per evitare che quest'anno vadano in onda programmi ritenuti "contro il governo" come Che tempo che fa di Fabio Fazio e Parla con me di Serena Dandini. A Report, gloriosa trasmissione di inchieste giornalistiche, destinataria di decine e decine di cause sempre vinte, è stata tolta l'assistenza legale e ora rischia di non andare in onda. Ballarò è stato spostato per permettere ai telespettatori di seguire lo speciale Porta a porta sulle meraviglie del governo che ha consegnato le prime case ai terremotati abruzzesi (ed è stato spostato anche Matrix, chissà perché). Su Annozero, e in particolare sulla presenza dello scomodissimo Marco Travaglio, i dirigenti Rai stanno premendo in maniera fortissima, sperando che Santoro getti la spugna e si decida a togliere di mezzo il giornalista torinese. "Quando parlano di Travaglio, parlano di Annozero", ha chiarito subito Santoro, deciso assolutamente ad andare in onda con la stessa formula degli anni scorsi e senza censure di nessun tipo. Nel frattempo, però, gli spot della trasmissione si sono visti solo su YouTube e su Facebook, grazie alla collaborazione degli internauti (me compreso).
Insomma, ciò a cui stiamo assistendo non è la prova tecnica di regime di cui vaneggia il Pd. Non c'è nessuna prova tecnica da fare: il regime c'è già. Se così non fosse, lo scandalo in cui è finito Berlusconi avrebbe avuto qualche effetto, anzichè essere continuamente definito "gossip" da tutti i telegiornali tranne uno (il Tg3). All'estero, nel frattempo, continuano a riderci dietro, anche se ormai ridere non serve più. Viviamo in un Paese in declino, in mano alla mafia, nel quale assassini e stupratori, corrotti e corruttori, evasori e furbetti la fanno franca. Con una stampa semilibera e una televisione nemmeno semilibera, costretti a sorbirci le bugie del governo e di troppi politici di destra e di sinistra su ogni telegiornale, in ogni trasmissione, senza che nessuno si svegli e protesti contro questa scandalosa sottovalutazione della nostra intelligenza. E ci ritroviamo a riflettere e a chiederci se forse non siamo proprio noi a sopravvalutarla, la nostra intelligenza.

mercoledì 9 settembre 2009

Addio pluralismo...o no?

Questi sono i due spot che la Rai avrebbe già dovuto iniziare a mettere in onda, e che invece sta tenendo in un cassetto. Sono i promo per l'inizio della trasmissione Annozero di Michele Santoro, che doveva aprire i battenti giovedì 24 settembre e su cui invece è calato il mistero. La Rai sta infatti tirando la corda riguardo alcuni contratti, tra cui quello di Marco Travaglio, su cui graverebbe, secondo alcuni, il veto negativo del presidente del Consiglio in persona. Il ducetto arcoriano infatti, dopo anni di denunce e richieste di danni al giornalista torinese, vuole mostrare i muscoli e farlo cacciare dalla trasmissione, unico spazio di libertà ancora sopravvissuto nel panorama televisivo italiano insieme a Report (e anche Milena Gabanelli sta avendo i suoi problemucci, ultimamente). Se il volere di Berlusconi sarà rispettato, come troppo spesso è accaduto e accade alla Rai (alla faccia del conflitto d'interessi), è più verosimile pensare che Annozero non vada in onda piuttosto che aspettarsi un programma senza uno dei suoi "padri fondatori" (già Ruotolo, qualche giorno fa, ha ribadito che "Annozero è Santoro, Travaglio, Vauro..."). Per quanto mi riguarda, spero che Santoro e Travaglio vadano in onda senza problemi: ma se dovessi scommettere un euro sulla sorte di Annozero, lo punterei sulla sua chiusura. D'altronde, se la Rai è riuscita già una volta a cacciare Santoro (e con lui, Luttazzi a parte, anche un mito come Enzo Biagi), non vedo perché non potrebbe rifarlo.


martedì 13 gennaio 2009

Il signor B. e il 41/bis: un favore alla mafia?

Qualche mese fa, nello specifico il 6 novembre 2008, il ministro della Giustizia Angelino Alfano si presentò ai giornalisti con un sorriso smagliante. Il motivo della sua "allegria" era un provvedimento del suo governo, fortemente voluto da lui (o almeno, così disse): l'"inasprimento" del 41bis. Cos'è il 41bis? "L'articolo 41-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354 (legge sull'ordinamento penitenziario) - dice Wikipedia - prevede la possibilità per il Ministro della Giustizia di sospendere l'applicazione delle normali regole di trattamento dei detenuti previste dalla stessa legge in casi eccezionali di rivolta o di altre gravi situazioni di emergenza ovvero, quando ricorrano gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica, nei confronti dei detenuti (anche in attesa di giudizio) per reati di criminalità organizzata, terrorismo o eversione. In questo secondo caso la legge specifica le misure applicabili tra cui le principali sono il rafforzamento delle misure di sicurezza con riguardo principalmente alla necessità di prevenire contatti con l'organizzazione criminale di appartenenza, restrizioni nel numero e nella modalità di svolgimento dei colloqui, la limitazione della permanenza all'aperto (cosiddetta "ora d'aria"), la censura della corrispondenza. (...) Il complesso di queste misure è generalmente noto come "carcere duro per i mafiosi". Da più parti ne è stata messa in discussione la rispondenza ai principi generali in tema di trattamento dei detenuti; comunque fino a quasi una ventina d'anni fa la maggior parte della magistratura e delle forze politiche respingevano tali critiche e consideravano queste misure di grande importanza come strumento di lotta alla criminalità organizzata".
Alfano, nei suoi sorrisi compiaciuti, dimenticava una cosa: il 41bis è stato stabilizzato, e di conseguenza svuotato della sua utilità, dal governo Berlusconi II, ministro della Giustizia Roberto Castelli. Se prima, infatti, il regime del carcere duro era prorogabile di sei mesi in sei mesi, con la stabilizzazione per i boss è più facile tornare al regime "normale". Dice Marco Travaglio: "Quando voi sentite il presidente del Senato Schifani dire: "noi nella legislatura del governo Berlusconi II abbiamo stabilizzato un provvedimento che prima era provvisorio e veniva attuato dal ministro della Giustizia di sei mesi in sei mesi, abbiamo stabilizzato per sempre il 41bis", spero che anche lui - ma credo che lo sappia - sia conscio di raccontare favole. Perché il 41bis quando era provvisorio era molto più efficace che oggi quando è diventato legge definitiva. Per quale motivo? Per un motivo molto semplice: quando un provvedimento viene rinnovato di sei mesi in sei mesi i tempi burocratici necessari per il mafioso recluso per chiedere la revoca dell'isolamento, sono talmente lunghi che di solito la risposta alla sua domanda non arriva in tempo in sei mesi, quindi quando gli rispondono c'è già stato un nuovo provvedimento semestrale, contro il quale deve di nuovo ricorrere. I ricorsi, quindi, contro il 41bis non venivano quasi mai accolti perché non si faceva in tempo. Praticamente il 41bis durava molto a lungo ed era molto difficile revocarlo. Ora che è diventato un provvedimento che vale per sempre, preso una volta vale per sempre - o almeno fino a che non ce ne sono i presupposti - i ricorsi sono molto facili perché anche se durano 7-8 mesi ne basta uno perché la persona possa vincerlo, allora si va alla discrezionalità del magistrato singolo il quale ogni volta che riceve il ricorso deve valutare se la persona sia ancora socialmente pericolosa, collegata con l'organizzazione mafiosa. E come fai a saperlo? Come fai a sapere se una persona è potenzialmente pericolosa? Come fai a sapere se ha ancora legami dopo anni che è in carcere? Lo puoi presumere ma se non lo puoi dimostrare, spesso puoi concedere la revoca del 41bis senza alcun rischio e senza alcuna formale irregolarità".
Il 30 dicembre scorso, poco più di un mese dopo i sorrisini di Angelino Alfano, è stato liberato il boss sanguinario Mimmo Ganci. Dice l'Ansa: "I giudici del tribunale di sorveglianza di Roma hanno annullato il 41/bis, il carcere duro, al boss stragista Mimmo Ganci di Palermo. Il mafioso è detenuto nel carcere di Rebibbia perchè deve scontare condanne all'ergastolo, molte delle quali definitive, in particolare per le stragi e alcuni delitti eccellenti compiuti in Sicilia. Ganci è accusato di oltre 40 delitti. I difensori del killer nei mesi scorsi avevano chiesto al tribunale di sorveglianza l'annullamento del carcere duro che è poi stato accolto dal tribunale". Detto, fatto. Ma siamo così sicuri che questo governo, e il precedente governo Berlusconi, stia facendo così tanto per combattere la mafia?

venerdì 11 luglio 2008

No Cav


E' incredibile. Siamo ormai così abituati a non essere liberi, tanta è la libertà di cui ci hanno privati poco alla volta, un pezzettino al giorno, che ormai nessuno si indigna se qualcuno non è più libero di esprimere la sua opinione, il suo diritto di critica e anche di satira nei confronti di chicchessia. E dunque Grillo che critica Napolitano perché sta per firmare una legge, il Lodo Alfano, che di fatto rende quattro alte cariche dello Stato cittadini di serie A, intoccabili e impunibili - a prescindere dal fatto che il lodo serva solo alla carica più bassa - e che un Pertini o uno Scalfaro avrebbe stracciato dopo due minuti, "attacca", "insulta", così come Sabina Guzzanti, il cui pezzo SATIRICO, perché di satira si parla, è stato carico di energia, arte, a tratti sboccato ma stupendo, per i giornali ha "vilipeso" un ministro e "insultato" il Papa. Chiaramente, nessun rilievo sul fatto che in Piazza Navona c'erano migliaia di persone, che per la prima volta si sono "incontrate" le piazze del Pd, della Sinistra, dei girotondi e dei grillini, che tutti i sondaggi dicono che la maggioranza degli italiani è contraria al lodo Alfano. Niente.
Cosa avranno mai detto Grillo e la Guzzanti? Grillo, a parte la frase su Napolitano che in ogni caso rientra nel diritto di critica, ha parlato per dieci minuti di quelli che sono i veri problemi dell'Italia, dal precariato all'economia, dall'energia all'ambiente. Sabina si è invece indignata per la nomina di Mara Carfagna a ministro delle Pari Opportunità, scelta discutibile specie alla luce delle ultime insistenti voci sui "rapporti orali" - il quotidiano argentino Clarìn, che ha dato la notizia, li ha chiamati più onestamente "pompini" - dell'ex valletta con l'attuale premier, ed ha detto ad alta voce in una piazza stracolma quello che molti pensano, alcuni dicono, in troppi tacciono: che la presunta censura del Papa alla Sapienza fu una montatura dei media e che non c'è nessun motivo per cui Ratzinger dovrebbe inaugurare l'anno accademico delle nostre università. Stop.
Insulto? Vilipendio? Attacco gratuito? No, libertà di pensiero, di opinione. Di Travaglio, meglio non parlare, dato che soprattutto da sinistra è stato accusato anche lui di aver attaccato il capo dello Stato, altra colossale stronzata. Veltroni è andato da Mentana, su una televisione del capo del Governo, a dire a Di Pietro che deve scegliere tra stare con Grillo e Travaglio (e con molti elettori, per la verità) e stare con il Partito Democratico, "in un percorso razionale e riformista" che personalmente fatico a scorgere. Molti blogger-militanti del Pd, caduti dal pero per l'occasione, si indignano anche loro verso questo Di Pietro che non mantiene le promesse della campagna elettorale, solo perché non ha formato il gruppo unico, ma è stato il Pd a non volerlo, il gruppo unico, o no?; per il resto, mi risulta che le promesse elettorali di Di Pietro siano state tutte mantenute. Aveva detto che avrebbe fatto un'opposizione dura a questo regime vergognoso, e opposizione dura sta facendo. Per questo lo abbiamo votato. E taccia chi, da ignorante bifolco e cieco, diceva che io e quelli come me hanno votato per Di Pietro solo perché era alleato con il Pd e si poteva vincere: il Pd non poteva vincere. Prima di tutto, perché non si è accorto per niente che l'ondata di "antipolitica", che altro non è che delusione verso una certa categoria di "politici" (nel senso di uomini, di nomi), doveva essere cavalcata per guadagnare voti. Si doveva ascoltare Grillo, si doveva ascoltare Travaglio, si dovevano ascoltare i ragazzi dei Meetup. Se si chiudono occhi e orecchie e si punta solo sulla presenza a Matrix e Porta a Porta - dove peraltro si blatera della "sinistra che deve tornare a radicarsi sul territorio, che deve ascoltare la base", senza poi farlo - il nostro destino è e resterà quello di essere all'opposizione.
In conclusione, comunque, la cosa più divertente degli ultimi tre mesi è il fatto che, di fronte alle prime quattro o cinque vergogne del nuovo governo Berlusconi - le impronte ai bambini Rom, la legge salva Rete4, il lodo Alfano, la bloccaprocessi, il reato di clandestinità - tutti i cosiddetti intellettuali di sinistra, da Sansonetti a Polito passando per le "menti" del Pd, hanno intonato puntualmente "chi se ne frega" delle impronte, "chi se ne frega" di Rete4 e via dicendo, perché "le priorità del Paese sono altre", sono "le famiglie che non arrivano a fine mese". E allora permettiamo a questo governo di fare tutto, di tapparci la bocca, di mandarci la polizia o l'esercito in casa, per lo più senza combattere seriamente la criminalità, senza rimuovere un grammo di spazzatura campana e senza rilanciare il lavoro e l'economia. Quando saremo ufficialmente nel Terzo Mondo, i Polito e i Sansonetti potranno tranquillamente emigrare dove vorranno, dall'alto dei loro stipendi milionari e dei loro salotti altolocati. Dov'è finita la sinistra?
Eppure all'interno del Pd qualcuno, peraltro del gruppo dirigente, che dice cose sensate c'è ancora. Spero solo che la razionalità del partito che dovrebbe racchiudere la sinistra italiana non si fermi a Mario Adinolfi. Giovani, svegliatevi.

sabato 7 giugno 2008

La Sinistra che non è di sinistra

Pubblico un articolo di Marco Travaglio su l'Unità di qualche giorno fa, solo perché avrei voluto scriverlo io. Prima o poi ci arriveremo.

Edmondo Berselli osserva su Repubblica che «negli ultimi giorni si è assistito a un fenomeno straordinario di conformismo verso il nuovo potere... turiboli d'incenso sparsi per celebrare la liturgia del grande ritorno», ennesimo sintomo dell'«ineffa­bile amore di buona parte delle élite italiane per qualsiasi potere, purché forte e spregiudicato», che «riversa sul centrodestra un'onda di consenso aprioristico, non condizionato dalla verifica dei risultati attesi. Un consenso "a prescindere"». Berselli ce l'ha con la non-opposizione del Pd (i «diversamente concordi», Ellekappa). Ma poi, mentre il Pd si oppone un pochino alla legge salva-Rete4, ecco un editoriale di Liberazione dal titolo: «Ma chi se ne frega di Rete4». È il solito benaltrismo dei compagnucci della parrocchietta, non a caso recentemente estinti. Per loro il problema è sempre un altro. Non è il monopolio berlusconiano delle tv, cioè della non-informazione, dell'immaginario colletti­vo, del senso comune, della scala dei valori e soprattutto dei disvalori degl'italiani. Ma, com'è noto, è il modello di sviluppo, la globalizzazione, e naturalmente il Chiapas.
Credo, anzi temo che chi sostiene questa bizzarra tesi non sia un venduto: temo sia in buona fede. Chi si dedica con passione agli ultimi, ai temi dei salari, del precariato, dell'ambien­te, della pace, della laicità, dei diritti civili, dell'antifascismo non ha ancora compreso che su questi fronti l'Italia non farà mai un solo passo avanti proprio perché questi temi - salvo qualche rara oasi di libertà - non appaiono mai in tv, dunque non diventano centrali nel dibattito politico e culturale, dunque «non esisto­no». Chi lamenta la scomparsa della classe operaia dalle tv e dunque dai giornali e dalla politica dimentica che è frutto del monopolio tv, dei 6-7 palinsesti tutti uguali, della mancanza di pluralismo e di libero mercato.
La battaglia per spedire Rete4 su satellite e trasferirne le frequenze a Europa7 non è un dispetto a Berlusconi o a Fede. E neppure, solo, una battaglia di legalità per rispondere a due sentenze della Consulta, a una della Corte di giustizia europea e a due procedure d'infrazione dell'Ue (che, fra l'altro, ci costerebbero multe salatissime). È soprattutto una battaglia per aprire il mercato tv a un nuovo soggetto. Che non solo ha il sacrosanto diritto di praticare il suo business. Ma porterebbe pure un grande beneficio a tutto il Paese. Se i governi di destra e sinistra dal 1999 a oggi avessero fatto il proprio dovere, assegnando a Europa7 le frequenze necessarie per esercitare la concessione regolarmente vinta (e persa da Rete4), da nove anni i cittadini potrebbero scegliere col telecomando un'emittente in più, oltre alle solite e sempre più simili Rai, Mediaset e La7.
Non so che editore sia Francesco Di Stefano, perché nessuno gli ha mai dato modo di mettersi in gioco. Ma se non è proprio un fesso autolesionista immagino che avrebbe messo in piedi una tv radicalmente alternativa a quelle esistenti. Per pescare anzitutto nel serbatoio di quei 30 milioni che oggi tengono il televisore spento. Il suo interesse economico l’avrebbe spinto a dare al pubblico di Europa7 ciò che Rai, Mediaset e La7, legate a filo doppio alla politica, non possono o non vogliono dare. Non avrebbe faticato a inventare un palinsesto e a trovare chi lo realizzasse: avrebbe ingaggiato Biagi, Santoro, Luttazzi, Guzzanti, Fini, Beha, Freccero e altri grandi professionisti più o meno noti, banditi per anni (e, in buona parte, oggi). Se non l’avesse fatto, avrebbe condannato la sua tv al più cocente fallimento. E sarebbe scomparso dalla scena, liberando le frequenze per qualcun altro più capace di lui. Se invece l’avesse fatto, avrebbe intercettato una gran voglia di informazione, di satira, di spettacolo diversi da quelli che siamo abituati a subire. E avrebbe rubato pubblico e pubblicità ai monopolisti di sempre.
Naturalmente è proprio quest’eventualità che terrorizza il partito azienda e il sistema dei partiti, di destra ma anche di una bella fetta del centrosinistra. Ed è per questo che non l’hanno mai lasciato nemmeno provare, riuscendo persino a oscurare lo scandalo Europa7. Così che, nel 2008, qualche compagnuccio mitridatizzato dalla propaganda del monopolio sbuffasse in prima pagina: «Chi se ne frega di Rete4». Missione compiuta.

lunedì 19 maggio 2008

Passaparola

Da domani, il blog di Beppe Grillo ospiterà ogni lunedì alle 14 una rubrica, Passaparola, di Marco Travaglio. Chiunque potrà trasmetterla sul proprio blog - ecco le istruzioni - a patto che abbia più lettori del mio (non che sia difficile).

passaparola

mercoledì 14 maggio 2008

Scoop!

Si è parlato tanto di Marco Travaglio come di un disonesto e insincero cronista, con il vizietto della malalingua e i legami pericolosi (con un "golpista" come Di Pietro), con velleità da pubblico ministero e smanie forcaiole. Eppure è di poche ore fa la notizia delle dimissioni di Simone Luerti dalla carica di presidente dell'Anm, il sindacato dei magistrati, in seguito alla notizia, riportata dall'Espresso, di un suo incontro a fine 2006 con Clemente Mastella e Antonio Saladino, proprio nel mezzo della bufera giudiziaria (l'inchiesta "Why not") che coinvolse questi ultimi. In quei giorni l'Anm tentennava - se si vuole usare un eufemismo - nel difendere l'operato del pm Luigi De Magistris, il cui trasferimento andò in porto nell'indifferenza dei più. Adesso viene fuori che il nome del presidente Luerti era nell'agenda di Saladino, e gli stessi interessati confermano l'incontro, seppur con qualche reticenza (a quanto pare per entrambi Saladino era lì per caso).
Di chi è lo scoop? Per Repubblica è dell'Espresso, senza specificare il nome del giornalista; su Corriere, Stampa e Giornale si fa riferimento a "recenti articoli di stampa che hanno riportato informazioni incomplete e non approfondite" - parole identiche per tutti e tre, in inglese si dice "copy and paste" - Libero invece soprassiede. Il cittadino non informato dunque, dopo aver visitato i siti web di ben cinque quotidiani, si fa l'idea che ci siano stati i soliti giornalisti impiccioni che hanno inventato tutto, rompendo le uova nel paniere di chi invece è onestissimo, così onesto che aveva detto di non vedere più Saladino da quasi dieci anni.
In realtà lo scoop non è uno scoop. Gli atti dell'inchiesta "Why not" sono pubblici ed aperti a qualsiasi giornalista curioso di saperne di più e non in attesa che le "news" gli cadano in testa mentre fuma il sigaro davanti alla sua scrivania. L'unico che ha avuto la brillante idea di fare il suo mestiere è stato proprio Marco Travaglio, che ha pubblicato la notizia nella sua rubrica "Signornò": ma parlare bene di Travaglio non si può, specie da quando è così antipatico al potere. Perciò di lui si parla solo quando fa comodo, per demonizzarlo, per farne un mostro, come Grillo, come De Magistris, come Clementina Forleo (definitivamente cacciata da Milano proprio qualche giorno fa).

Televisione di Regime

Si è alzato un gran polverone, nei giorni scorsi, sul cosiddetto "caso Travaglio", anche se, come abbiamo visto anche in passato con i casi Forleo e De Magistris, definirlo caso Travaglio dà l'impressione che ci sia interesse a distogliere l'attenzione dal problema. Se infatti il caso Forleo avrebbe dovuto essere "caso Unipol" e il caso De Magistris "caso Mastella" o "caso Calabria", l'intervista di Travaglio a Che tempo che fa di domenica sera e le polemiche ad essa seguite meritavano di essere ricordate quantomeno come "caso Schifani".
Travaglio ha infatti notato con quale giubilo i giornali e le televisioni italiane hanno accolto l'elezione alla seconda carica dello Stato dell'ex capogruppo al Senato di Forza Italia, senza ricordare il suo passato "scomodo"; Schifani ha infatti sul groppone un paio di amicizie sconsiderate - per dirla con D'Avanzo - Benny D'Agostino e Nino Mandalà, suoi ex soci in affari nella Sicilia Brokers, e con cui mantenne rapporti almeno fino alla metà degli anni '90. D'Agostino e Mandalà sono stati poi arrestati e condannati per mafia nel 1998, ma anche se è difficile credere che mafiosi lo siano diventati solo dopo il 1996, in un paese normale chi arriva a presiedere la Camera alta del Parlamento dovrebbe spiegare queste liaisons dangereuses, se non ai giornalisti, almeno agli elettori.
La gogna ha invece travolto colui che ha sollevato il problema, per la ormai vecchia e stolta abitudine italiana di guardare il dito anzichè la luna. Travaglio è stato accusato di linciaggio, di vilipendio, di aver insultato sulla tv pubblica e "senza contraddittorio" (a ridaje) la seconda carica dello Stato; Fazio, che lo ospitava, è stato costretto a scusarsi in diretta e a dissociarsi dalle parole del suo intervistato. Gli affondi più duri però non sono arrivati dal centrodestra (gli attacchi di un Gasparri o di un Landolfi lasciano il tempo che trovano), ma da due personaggi di rilievo del Partito Democratico - Luciano Violante e Anna Finocchiaro, quest'ultima reduce dal disastro alle regionali in Sicilia - i cui elettori stanno probabilmente iniziando a chiedersi quale fosse il mandato elettorale del Pd e se nello stesso fosse compresa la difesa della libertà di stampa e di opinione.
Chiaramente, alle sterili polemiche derivanti dal riassestamento della tv pubblica con il nuovo governo appena nominato non siamo così disabituati; ciò che colpisce ancora una volta è l'intoccabilità della televisione. Come sette anni fa con Luttazzi, ancora una volta si alza un polverone assurdo per un fatto già ampiamente trattato da libri e giornali (I complici di Lirio Abbate e Peter Gomez, Se li conosci li eviti dello stesso Gomez e Marco Travaglio, gli articoli di Travaglio su l'Unità), solo perchè certi argomenti devono necessariamente essere banditi dalla televisione generalista. Ma se sette anni fa certi mazzolamenti censorei erano un minimo contrastati dall'opposizione, adesso avvengono nel più totale ed assordante silenzio.

lunedì 5 maggio 2008

Polemica sterile ma parecchio divertente

Non per essere ripetitivo, ma sono tornato (ma questa è l'ultima volta, giuro) sul blog di Paolo Liguori per porre gentilmente un quesito ai frequentatori abituali - che non sono più di 10 ma che arrivano a lasciare fino a 1000 commenti a post - per la precisione lo stesso quesito che mi ponevo un paio di giorni fa: che cos'è il contraddittorio? E' forse vedere qualcuno che insulta un giornalista che parla urlandogli "pezzo di merda" e "testa di cazzo"? Chiaramente, le risposte alla mia domanda sono state perlopiù prive di senso. Riporto le più esilaranti:
  • "In un paese normale chi paga le tasse è tranquillo, qui anche se sai di essere a posto ogni volta che c’è un condono il commercialista ti dice paga che nn si sa mai. I comuni rossi che danno gli appalti alle coop rosse nn sono un conflitto di interessi? Deve essere un paese normale solo per ciò che fa comodo alla sinistra?" (e che c'entra la mia domanda sul contraddittorio con tutto ciò?)
  • "Travaglio si lamenta tanto dell’Italia,cosa ci sta a fare? Santoro dice che in Italia non c’è libertà? e la sua trasmissione cos’è? RAI3 cos’è? Repubblica cos’è? mi sembra che ad ogni cosa ci sia un limite e che questo limite lo ricordi Sgarbi la dice lunga" (un concetto di libertà alquanto strano);
  • "Santoro, oltre che essere un gran pezzo di puppù, è quella sottospecie di serpe umana, infima e skifosaa che leva la parola a ki non la pensa come lui. E quando dico “non la pensa come lui” si intende che “non è di sinistra” come lui. E’ una merdaccia umana, che meriterebbe di essere radiato dall’ordine dei giornalisti e bannato dalla TV pubblica che egli usa per strumentalizzare le menti sottosviluppate di ki li va dietro" (senza parole);
  • "nel tuo sito ti definisci : schierato, fazioso, incazzato e convinto che , come dice il grande Giorgio Gaber, “libertà è partecipazione”. E bravo il nostro dottore in “scienza della comunicazione” (un’altro!). Giorgio Gaber è l’emblema dell’antifaziosità. Tant’è vero che le testine di siluro della sinistra si sono lambiccate il cervello per lustri cercando di capire da che parte stesse Giorgio Gaber.Per le testine di siluro era inconcepibile che un’artista non appartenesse alla loro parrocchia. La frase “libertà è partecipazione” non significa per forza schierarsi a sinistra o a destra" (a parte che i miei studi e le mie ambizioni sono affar mio, e a parte che si può dormire la notte anche senza schierarsi a destra o a sinistra, questa avventurosa disamina delle parole di Gaber mi sembra un po' troppo avventurosa).

Ovviamente avevo risposto a tono sul blog a questi commentini (ce n'erano anche altri, i più curiosi potranno leggerli qui), ma il signor Liguori o chi per lui ha pensato bene di tenere la mia risposta in ghiaccio non pubblicandola: questa sì che è libertà di opinione. Ma stia pure tranquillo, signor Liguori: non si disturbi a bloccare i commenti sgraditi, tanto il suo blog non lo guarda nessuno.

lunedì 28 aprile 2008

Dovere di servizio

I video qui sotto raffigurano l'intervento di Marco Travaglio al Vday di tre giorni fa, in piazza San Carlo a Torino, evento a cui hanno partecipato milioni di persone in tutta Italia e nel mondo (un milione e mezzo circa di firme raccolte complessivamente per i tre referendum, a detta di Beppe Grillo). Di cosa parla Travaglio? Tra le altre cose, della fantomatica emergenza sicurezza di cui si parla a reti unificate da qualche settimana (di troppo), guarda caso in concomitanza con la campagna elettorale delle elezioni amministrative al comune di Roma, in cui Alemanno ha puntato tutto proprio sul tema sicurezza. Il risultato è stato esaltante: quasi il 54% dei romani ha votato per Alemanno, trombando l'ex vicepremier Rutelli.
Eppure solo tre anni fa proprio Alemanno prese una batosta memorabile da Veltroni, che vinse a mani basse annientando Forza Italia. Tecnologia del consenso? Potere della televisione? Secondo me sì. Per altri, forse, no. Ma di fronte ad un cambio di rotta così netto, pensateci bene quando qualcuno vi dice che le televisioni non contano niente: o non ci capisce nulla, o vi sta prendendo per il culo.