sabato 4 luglio 2009

New Scénic Blogger Family Tour






Tornare con forza nel segmento delle monovolume. E' questo l'obiettivo posto da Renault con la nuova Scénic a 7 posti, pronta da subito a competere con la Ford C-Max e con la Mercedes Classe A. L'abbiamo provata in occasione del Renault New Scénic Blogger Family Tour, insieme ai blogger Beatrice Doria di Blogosfere, Omar Abueideh di Autoblog.it e Sergio Chierici di Virtual Car, in un evento decisamente interessante, organizzato da Renaul Italia e Ammiro Partners. Obiettivo, arrivare dal centro di Roma alla zona dei laghi in provincia di Viterbo.
Larga 1.845 mm, lunga 4.560, alta 1.645, la Scénic presenta un design decisamente più 'tranquillo' rispetto alla versione precedente (come era successo già per la Mégane). E proprio questo, forse, è il suo limite maggiore, poiché rivolgendosi alle famiglie trascura quasi del tutto la bellezza estetica per affidarsi esclusivamente alla comodità. La Scénic presenta una pedaliera più alta rispetto alle altre auto, strumentazione ipertecnologica - seppur incompatibile con l'iPhone e sostanzialmente anche con l'iPod - navigatore satellitare, telecamera posteriore, tachimetro e contachilometri basato su tecnologia TFT. Rispetto alle versioni precedenti, le novità più rilevanti riguardano il telaio, completamente nuovo, della parte anteriore, perfezionato per attenuare il più possibile le vibrazioni del motore, l'uso di un acciaio ad alto assorbimento degli urti e le sospensioni completamente nuove (grazie al ritaramento delle risposte). D'altronde, Renault da qualche anno è incontrastata leader sulla sicurezza.Come abbiamo detto, la nuova Scénic ha 7 posti, a differenza della versione più 'piccola' della monovolume X-Mode, che di posti ne ha 5 (e che verrà presentata a breve). Oltre ai cinque posti canonici, oggettivamente confortevoli (poltroncine comode avanti, spazio sufficiente dietro), vanno infatti ad aggiungersi i due sedili posteriori, non consigliabili per adulti alti più di 1 e 80 o comunque per viaggi lunghi (nello specifico, lo spazio per le gambe è decisamente limitato: inoltre, viaggiare in sette toglie il vantaggio di avere un bagagliaio capiente). Per quanto riguarda le prestazioni, la versione 1.4 TCe a benzina da noi provata (motore di piccola cilindrata, ma in grado di ottenere comunque prestazioni di tutto rispetto) arriva ad una velocità di 195 km/h, passa da 0 a 100 km/h in 12,6 secondi e ha consumi relativamente bassi (7,3 litri/100 km). Confrontando però la versione provata con il 1.5 turbodiesel, si fatica a comprendere come il potenziale consumatore potrebbe preferirla a quest'ultimo, solo per qualche centinaio di euro di differenza (la versione diesel costa 800 euro in più, ma consuma molto meno).
In definitiva, possiamo definire la nuova Scénic con tre aggettivi: all'avanguardia, sicura e confortevole. Non sappiamo se riuscirà a scalfire il dominio della Ford C-Max, né se farà breccia tra le famiglie italiane in un periodo certamente non ideale (soprattutto per il prezzo, non certo quello di una utilitaria: si parte dai 20.000 euro per arrivare anche a 30.000). Ciò di cui siamo certi è che ci prova, anche se, esteticamente parlando, potrebbe fare di più. Anche perché, se è vero che a volte una donna simpatica può essere più attraente di una bellissima, è anche vero che la donna bellissima non passa mai di moda. E la Scénic a noi è risultata parecchio simpatica.

(da Leggo.it)






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giovedì 18 giugno 2009

Nessun colpevole

Da quindici lunghi anni ascoltiamo gli slogan di Berlusconi e del suo partito, sempre così diversi e così uguali a se stessi nella loro banalità. Dagli elogi ai magistrati di Mani Pulite nella campagna elettorale del 1994, si passò quasi subito ad un rovesciamento delle gerarchie, dopo l'avviso di garanzia di Napoli che regalò all'allora premier e all'Italia la prima figuraccia internazionale (un avviso di garanzia per corruzione al presidente del Consiglio proprio nei giorni in cui presiedeva una conferenza Onu sulla corruzione). Quell'inchiesta, che non fu decisiva a far cadere il governo come invece si racconta adesso (cadde perché la Lega abbandonò il Polo, e Bossi si prese più volte da Berlusconi la qualifica di 'Giuda' e 'traditore'), non si concluse in un bicchier d'acqua, come al caro Gasparri piace raccontare. La fantasia (e la paura) dei magistrati la fece da padrona: Berlusconi fu prima assolto perché si disse che era suo fratello a corrompere la Guardia di Finanza. Poi suo fratello fu assolto perché si capì che, con quella faccia, non poteva decidere un bel niente: i giudici dissero che era evidente che fosse stato Silvio a decidere tutto, ma Silvio ormai era stato assolto e non si poteva 'ripescare'.
Dopo quel processo ne arrivarono tanti altri, per corruzione giudiziaria, falso in bilancio, finanziamento illecito, tutti finiti in prescrizione o con assoluzioni quanto meno generose. Ciò che sta succedendo nelle ultime settimane però è qualcosa di più. Non si parla solo di fatti penalmente rilevanti come la corruzione di un testimone (Mills, già condannato, Berlusconi fuori dal processo grazie all'apposito lodo Alfano) o di fatti moralmente rilevanti come il rapporto mai spiegato con la minorenne Noemi Letizia (e le barilate di bugie riversate a reti unificate per spiegare la dinamica della sua conoscenza). Le foto di Villa Certosa, le parole minacciose del fotografo Zappadu, i ridicoli tentativi degli house organ berlusconiani di delegittimare questo o quel giornale rivale, il deludente risultato delle elezioni europee, hanno portato un vento diverso nella politica italiana. Intanto, si può tranquillamente dire che questa maggioranza così forte e così solida, piano piano sta tremando sotto i colpi dei continui scandali del suo padrone. Certamente le possibilità che succeda davvero qualcosa, che ci sia quello 'scossone politico' di cui D'Alema parlava domenica scorsa (e le cui parole sono state vergognosamente strumentalizzate da chi ha interesse a spostare sempre l'attenzione dalla luna al dito), sono molto vaghe: prima di far cadere Berlusconi infatti, il centrodestra dovrebbe trovare un altro leader credibile, anche se vincere contro questo centrosinistra abbandonato dai suoi elettori non sembra una missione impossibile. Fini potrebbe essere l'uomo giusto, ma si dice che punti al Quirinale, per cui il favorito è Tremonti. Ma Berlusconi vorrà davvero lasciare lo scettro del comando?
Quel che è certo è che l'ultima inchiesta, quella di Bari svelata da Fiorenza Sarzanini sul Corriere della sera, scotta parecchio. Intanto perché a gestirla non è il solito pm colluso della Procura di Roma, né l'ultimo dei magistrati sardi: a gestirla è infatti Pino Scelsi, magistrato di successo della Procura antimafia di Bari, fama di giudice integerrimo. Poi perché si parla di accuse gravissime, sia penalmente che moralmente: Ghedini può dire ciò che vuole, ma pagare delle ragazze perché vadano in abito da sera a Palazzo Grazioli o a Villa Certosa, e restino lì per la notte, non è la solita marachella da mattacchione. Che credibilità può avere agli occhi dei cittadini un capo di governo che prima vieta categoricamente (e prevede l'arresto per) la prostituzione e poi si circonda di ragazzine prezzolate nelle sue ville? Da fine aprile in poi ne sono successe di cotte e di crude: la sentenza Mills, il divorzio da Veronica, il caso Noemi, ora l'inchiesta di Bari. Berlusconi stesso è nervoso, preoccupato, come ha dimostrato in occasione della visita ad Obama, in cui è rimasto zitto e fermo a pendere dalle labbra del presidente americano. Tutt'altro che il successo di cui parlano i suoi galoppini: i video su YouTube dimostrano che mentre Obama parlava, Berlusconi taceva, evitando anche di sorridere. Successo internazionale? Io non credo proprio. Piuttosto, strategia di leccaculismo diplomatico. D'altronde Silvio era abituato, con Bush, a fare il tappetino, fino a mandare migliaia di nostri soldati in Iraq solo per far contento il guerrafondaio texano (che Berlusconi continua a definire 'un grande presidente', al contrario di ciò che pensa tutto il resto del mondo).
A proposito di politica internazionale, poi, come dimenticare la memorabile visita a Roma di Gheddafi, che prima si presenta ai fotografi con una foto anti-italiana vecchia di 60 anni, poi fa aspettare Fini per due ore (e Fini lo ha mandato a cagare, sacrosanto), infine ci catechizza su quanto siamo fortunati ad avere al governo Berlusconi e non la sinistra (dichiarazioni subito riportate entusiasticamente dal Tg1, vergognoso come mai nella sua storia).
Non stupisce più la faziosità e la mancanza di etica dell'informazione televisiva: ormai ci siamo abituati, anche se negli ultimi anni il peggioramento della qualità dei telegiornali è stato a dir poco tangibile. Stupisce, piuttosto, l'esiguità della fetta di italiani che non credono nella televisione; stupisce il modo in cui Berlusconi e la Lega hanno conquistato la classe operaia (complice una sinistra assolutamente inetta); stupisce il modo in cui il Pdl affascina decine, centinaia di giovani di ogni età e di ogni titolo di studio. E' questo che è preoccupante. Sentire il deejay che in discoteca inneggia a Papi Silvio, seguito da un boato di ammirazione, preoccupa più delle immagini del premier che stringe le mani a tutti, e che viene lodato dai passanti. Se tutto ciò è successo, non dobbiamo dare soltanto la colpa a lui, né a Craxi, né ad altri. Se si deve cercare un colpevole, non c'è che da guardarsi allo specchio.

martedì 13 gennaio 2009

Il signor B. e il 41/bis: un favore alla mafia?

Qualche mese fa, nello specifico il 6 novembre 2008, il ministro della Giustizia Angelino Alfano si presentò ai giornalisti con un sorriso smagliante. Il motivo della sua "allegria" era un provvedimento del suo governo, fortemente voluto da lui (o almeno, così disse): l'"inasprimento" del 41bis. Cos'è il 41bis? "L'articolo 41-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354 (legge sull'ordinamento penitenziario) - dice Wikipedia - prevede la possibilità per il Ministro della Giustizia di sospendere l'applicazione delle normali regole di trattamento dei detenuti previste dalla stessa legge in casi eccezionali di rivolta o di altre gravi situazioni di emergenza ovvero, quando ricorrano gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica, nei confronti dei detenuti (anche in attesa di giudizio) per reati di criminalità organizzata, terrorismo o eversione. In questo secondo caso la legge specifica le misure applicabili tra cui le principali sono il rafforzamento delle misure di sicurezza con riguardo principalmente alla necessità di prevenire contatti con l'organizzazione criminale di appartenenza, restrizioni nel numero e nella modalità di svolgimento dei colloqui, la limitazione della permanenza all'aperto (cosiddetta "ora d'aria"), la censura della corrispondenza. (...) Il complesso di queste misure è generalmente noto come "carcere duro per i mafiosi". Da più parti ne è stata messa in discussione la rispondenza ai principi generali in tema di trattamento dei detenuti; comunque fino a quasi una ventina d'anni fa la maggior parte della magistratura e delle forze politiche respingevano tali critiche e consideravano queste misure di grande importanza come strumento di lotta alla criminalità organizzata".
Alfano, nei suoi sorrisi compiaciuti, dimenticava una cosa: il 41bis è stato stabilizzato, e di conseguenza svuotato della sua utilità, dal governo Berlusconi II, ministro della Giustizia Roberto Castelli. Se prima, infatti, il regime del carcere duro era prorogabile di sei mesi in sei mesi, con la stabilizzazione per i boss è più facile tornare al regime "normale". Dice Marco Travaglio: "Quando voi sentite il presidente del Senato Schifani dire: "noi nella legislatura del governo Berlusconi II abbiamo stabilizzato un provvedimento che prima era provvisorio e veniva attuato dal ministro della Giustizia di sei mesi in sei mesi, abbiamo stabilizzato per sempre il 41bis", spero che anche lui - ma credo che lo sappia - sia conscio di raccontare favole. Perché il 41bis quando era provvisorio era molto più efficace che oggi quando è diventato legge definitiva. Per quale motivo? Per un motivo molto semplice: quando un provvedimento viene rinnovato di sei mesi in sei mesi i tempi burocratici necessari per il mafioso recluso per chiedere la revoca dell'isolamento, sono talmente lunghi che di solito la risposta alla sua domanda non arriva in tempo in sei mesi, quindi quando gli rispondono c'è già stato un nuovo provvedimento semestrale, contro il quale deve di nuovo ricorrere. I ricorsi, quindi, contro il 41bis non venivano quasi mai accolti perché non si faceva in tempo. Praticamente il 41bis durava molto a lungo ed era molto difficile revocarlo. Ora che è diventato un provvedimento che vale per sempre, preso una volta vale per sempre - o almeno fino a che non ce ne sono i presupposti - i ricorsi sono molto facili perché anche se durano 7-8 mesi ne basta uno perché la persona possa vincerlo, allora si va alla discrezionalità del magistrato singolo il quale ogni volta che riceve il ricorso deve valutare se la persona sia ancora socialmente pericolosa, collegata con l'organizzazione mafiosa. E come fai a saperlo? Come fai a sapere se una persona è potenzialmente pericolosa? Come fai a sapere se ha ancora legami dopo anni che è in carcere? Lo puoi presumere ma se non lo puoi dimostrare, spesso puoi concedere la revoca del 41bis senza alcun rischio e senza alcuna formale irregolarità".
Il 30 dicembre scorso, poco più di un mese dopo i sorrisini di Angelino Alfano, è stato liberato il boss sanguinario Mimmo Ganci. Dice l'Ansa: "I giudici del tribunale di sorveglianza di Roma hanno annullato il 41/bis, il carcere duro, al boss stragista Mimmo Ganci di Palermo. Il mafioso è detenuto nel carcere di Rebibbia perchè deve scontare condanne all'ergastolo, molte delle quali definitive, in particolare per le stragi e alcuni delitti eccellenti compiuti in Sicilia. Ganci è accusato di oltre 40 delitti. I difensori del killer nei mesi scorsi avevano chiesto al tribunale di sorveglianza l'annullamento del carcere duro che è poi stato accolto dal tribunale". Detto, fatto. Ma siamo così sicuri che questo governo, e il precedente governo Berlusconi, stia facendo così tanto per combattere la mafia?

domenica 11 gennaio 2009

Dopo le rivelazioni, la pioggia di insulti. Alla persona sbagliata

MORI (SOTTO PROCESSO) RESPONSABILE PER LA SICUREZZA AL COMUNE DI ROMA. MORASSUT (PD): ALEMANNO RIFERISCA IN CONSIGLIO
ROMA, 11 GEN - «La notizia che il responsabile della sicurezza del Comune di Roma generale Mario Mori, nominato dal sindaco Gianni Alemanno, è sottoposto a processo a Palermo imputato di favoreggiamento aggravato nei confronti dell'ex capo di Cosa nostra Bernardo Provenzano è un fatto serissimo che non può essere lasciato inosservato». È quanto afferma il segretario regionale del Lazio e deputato del Pd Roberto Morassut che chiede un «chiarimento urgente». Nel precisare che «un processo in corso non significa colpevolezza, e questo principio per noi è indiscutibile, e pur rispettando il lungo percorso del generale Mori al servizio dell'Arma riteniamo tuttavia necessario - sottolinea Morassut - un chiarimento urgente. Pensiamo che il sindaco debba assumersi pubblicamente la responsabilità della sua scelta e riferire quanto prima in sede istituzionale sull' andamento della vicenda giudiziaria che vede coinvolto il generale e i suoi possibili sviluppi, affinchè nessuna ombra gravi sulla persona chiamata in causa e sull'istituzione capitolina che ha deciso di avvalersi della sua consulenza, e sulla trasparenza ed efficacia delle politiche per la sicurezza del comune così fortemente invocate dallo stesso Alemanno». (ANSA).

ALEMANNO: PD INFANGA SERVITORE DELLO STATO
ROMA, 11 GEN - «Morassut si potrebbe risparmiare di emettere simili comunicati, che infangano pretestuosamente onesti e gloriosi servitori dello Stato come il generale Mori». Lo afferma, in una nota, il sindaco di Roma Gianni Alemanno. «A prescindere dal fatto che il processo non ha nulla a che vedere con i compiti assegnati dal Comune di Roma al generale Mori, è del tutto evidente - spiega Alemanno - che un rinvio a giudizio non può infangare la dirittura morale di questa persona, di cui sono profondamente convinto». «Per cui - sottolinea Alemanno - non devo rispondere in Consiglio Comunale, perchè mi sono già assunto le responsabilità di questa nomina, che peraltro segue ben più importanti incarichi attribuiti al generale Mori da altre realtà istituzionali, anche quando il procedimento giudiziario era già cominciato». (ANSA).

GIRO (PDL): LA SINISTRA NON HA PIU' NIENTE DA DIRE
ROMA, 11 GEN - «La sinistra in Campidoglio non ha più molto da dire e da proporre e allora si arrampica sugli specchi e si inventa casi che non esistono come quello del generale Mori». Così Francesco Giro, sottosegretario di stato ai beni e alle attività culturali. «Morassut invece di chiedere l'ennesima convocazione straordinaria del Consiglio comunale - dice Giro - impegnato a risanare la disastrosa eredità di Veltroni, farebbe meglio a ricordare che il generale Mori è stato l'uomo che ha reso possibile la cattura del capo mafia Totò Riina nel 1993. Che sempre il generale Mori è stato completamente assolto insieme a Sergio De Caprio, noto come capitano Ultimo, dall'accusa di favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra per la mancata perquisizione del covo di Reina. E che il processo che lo vede ora coinvolto per la mancata cattura di Provenzano è in corso e non si può condannare qualcuno prima della sentenza definitiva, altrimenti non si tratterebbe di un processo equo ma di un teorema politico». (ANSA).

Processo a Mario Mori: rivelazioni scottanti

PALERMO, 9 GEN - «Il generale Mario Mori mi disse di non inserire nel rapporto 'Grande Oriente' i nomi di tutti i politici citati dal confidente Luigi Ilardo. Tra questi c'era anche Marcello Dell'Utri: una persona importante, molto vicina ai nostri ambienti. Io allora ritenni l'inserimento del suo nome un pericolo. Se lo metto, pensai, succede il finimondo». Lo ha detto oggi, rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo, il colonnello dell'Arma Michele Riccio, che ha concluso la sua deposizione nel processo per favoreggiamento aggravato a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu. Riccio, sentito come testimone assistito, ha specificato che Dell'Utri faceva parte dell' «area di riferimento nostra, dell'Arma», area di cui avrebbe fatto parte pure Silvio Berlusconi, e per chiarire il concetto ha sostenuto che entrambi «erano di casa nostra». Al presidente della IV sezione del Tribunale, Mario Fontana, che gli ha chiesto di essere più chiaro, il colonnello ha risposto citando le parole che gli avrebbe detto Mori: «Le 'guerre', loro (Berlusconi e Dell'Utri, ndr) le fanno per noi. Portate più pentiti e vedrete che i pentiti cadranno». Il senso sarebbe stato «combattere i pentiti» per agevolare Giulio Andreotti, sottoposto a un processo per mafia, lo scopo ultimo aiutare tutti gli altri imputati dello stesso reato, come Dell'Utri. (ANSA).

PALERMO, 9 GEN - L'ex ministro della Difesa Cesare Previti regalò un piatto d'argento al generale Mario Mori, «ma fu un regalo di tipo istituzionale, il ringraziamento al Ros, che io rappresentavo, per avere depositato una relazione sui collegamenti internazionali del terrorismo, chiesta dallo stesso onorevole Previti. Il piatto è ancor oggi esposto nella sala in cui il Ros tiene tutti i riconoscimenti e i premi». Lo ha detto Mori, rendendo dichiarazioni spontanee nel processo che lo vede imputato di favoreggiamento aggravato nei confronti del boss Bernardo Provenzano. A parlare del regalo era stato il colonnello Michele Riccio, nella scorsa udienza. «Previti volle incontrarmi - ha detto Mori - e io trovai la cosa abbastanza irrituale. Informai il capo del Ros, il generale Mario Nunzella, che a sua volta chiamò il comandante generale dell'Arma. Ottenute tutte le autorizzazioni, andai». Mori ha parlato anche dei presunti rapporti, suoi e di un fratello, col gruppo Mediaset: «Mio fratello lavorava come responsabile della sicurezza della Standa, quando la catena di supermercati faceva parte della Montedison. Mantenne lo stesso incarico quando il gruppo Standa fu acquisito dalla Fininvest, ma vi rimase per un paio d'anni e poi andò via». Il processo riguarda la mancata cattura di Bernardo Provenzano, la cui presenza a Mezzojuso(Palermo) era stata segnalata dal confidente Luigi Ilardo a Michele Riccio. (ANSA).